"Change Britain". È questo il nome della nuova campagna lanciata in Gran Bretagna dalla deputata laburista Gisela Stuart, per spingere il governo guidato dal primo ministro Theresa May a velocizzare i tempi di uscita dall’Unione Europea. La Stuart si era già adoperata per fare vincere il "leave" nella campagna referendaria sull’uscita dall’Ue, ma a fare notizia, in queste ore, è l’adesione a questo progetto del Segretario di Stato per gli Affari Esteri del governo britannico, il conservatore Boris Johnson.

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Le ragioni di Boris Johnson

L’ex sindaco di Londra, diventato uno dei maggiori leader euroscettici della Gran Bretagna, ha spiegato in un messaggio registrato che la priorità è quella di riprendere pieno controllo sulle leggi, sui confini e sul commercio.

Del resto, è assolutamente comprensibile che Johnson, uno dei protagonisti della Brexit, si sia schierato dalla parte di una campagna che chiede di accelerare l’uscita dall’Unione Europea, rispettando così la volontà dei britannici che hanno votato nel referendum del 23 giugno scorso.

Il risultato di quel referendum, in cui vinse inaspettatamente il "leave" con il 51,9% contro il 48,1% del "remain", portò alle immediate dimissioni dell’ex primo ministro, David Cameron, e alla formazione del nuovo esecutivo guidato da Theresa May, in cui proprio Johnson è andato a ricoprire il ruolo di Segretario agli Esteri; una nomina arrivata non a caso. Infatti, l'ex primo cittadino di Londra, tra i papabili anche alla successione di Cameron come primo ministro, in virtù del suo ruolo determinate per la vittoria del "leave", non poteva che ottenere un posto di primissimo piano nel nuovo assetto politico ed istituzionale della Gran Bretagna.

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Spaccatura nel governo

Il problema, come sottolineato anche da alcuni commentatori del Regno Unito, è che questa presa di posizione potrebbe creare una spaccatura proprio nel governo britannico, nel quale coabitano due anime del partito conservatore, le stesse che si erano già delineate proprio in occasione del voto sulla Brexit. Da un lato la corrente più morbida e aperta al dialogo, orientata su un accordo con l’Unione Europea sulle questioni legate al mercato unico e immigrazione; e dall'altro quella più intransigente - di cui fa parte Boris Johnson - che non vuol proprio sentire parlare di accordi.