LONDRA – Il referendum sulla #Brexit ha diviso la Gran Bretagna. Tra Brexiters e Remainers, cioè tra fautori dell’addio all’#Unione Europea e sostenitori dell’appartenenza, ovviamente. Ma anche tra aree che hanno votato in maggioranza per uscire, come l’Inghilterra e il Galles, e aree che al contrario hanno optato per la permanenza come Scozia e Irlanda del Nord.

Due anime a confronto

A tre mesi e mezzo dal voto, queste divisioni si sono fatte, se possibile, ancora più radicali.

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E la tensione si fa sentire anche nel governo. Si parla infatti di una lotta intestina molto aspra e di possibili dimissioni di personaggi di primo piano. Il Premier Theresa May e tutti i suoi ministri sono concordi nel dire che “Brexit means Brexit” e che la volontà del popolo britannico sarà rispettata.

Ma su tempi, modi e circostanze dell’addio alla UE le opinioni variano non poco a seconda dei soggetti.

Ai duri e puri come il ministro degli Esteri Boris Johnson, il ministro per il Commercio estero Liam Fox e il ministro per la Brexit David Davis, si contrappone un’ala più ragionevole capeggiata dal ministro del Tesoro Philip Hammond.

Johnson e soci vogliono un’uscita hard dalla UE: in cambio del ritorno al controllo delle frontiere sono disposti a pagare il prezzo economico dell’uscita dal mercato comune, anche se questo dovesse risultare molto salato. Hammond, invece, spinge per una posizione più morbida: mantenere l’accesso al mercato comune, magari anche solo per alcuni settori, anche se questo dovesse portare a compromessi in tema di immigrazione.

La May, che inizialmente sembrava avviata sulla strada di un addio senza se e senza ma all’Unione, secondo il “Financial Times” si è ora schierata in una posizione intermedia: nessun compromesso sul tema dell’immigrazione, ma possibilità di continuare a versare un sostanzioso contributo al budget Ue in cambio del mantenimento dell’accesso al mercato comune per alcuni settori, come quello dei servizi finanziari.

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Litigio tra ministri

Secondo quanto riportato dal “Telegraph”, il culmine della lotta interna al governo si è raggiunto mercoledì scorso, quando nel corso di una riunione interministeriale sono volate parole grosse, soprattutto verso Hammond. Reo, secondo i Brexiters più fanatici, di mettere troppi ostacoli sul cammino dell’addio alla UE.

Il ministro della Salute Jeremy Hunt ha cercato di sminuire la portata dell’incidente, parlando di normale scambio di opinioni su un tema molto sentito, ma l’impressione è che la frattura tra le due anime dell’esecutivo sia insanabile e che presto una delle due parti dovrà capitolare. La più probabile vittima di questa sorta di guerra civile sembra proprio Hammond.

Colpa del ministro del Tesoro, oltre a quella di non essere un sostenitore troppo entusiasta di un’uscita hard dall’Europa, sarebbe quella di avere messo in guardia contro i rischi di un taglio troppo drastico all’immigrazione. Accettare solo lavoratori UE altamente specializzati, secondo il piano presentato dal ministro dell’Interno Amber Rudd, porterebbe al collasso di settori dell’economia che, come l’agricoltura, impiegano un gran numero di lavoratori stagionali non specializzati, quasi tutti provenienti da paesi dell’Europa orientale.

Insomma, poco più che un invito alla prudenza. Ma anche questo sembra troppo ai Brexiters più fanatici.