Morire per un apprezzamento nei confronti di una ragazza. È successo a Pegli, in prossimità di un bar, nella serata di domenica. Vittime padre e figlio, Adriano e Walter Lamberti, di 51 e 27 anni, due genovesi di origine sinti. L'omicida, Salvatore Maio, 62 anni, originario di Rizziconi, in provincia di Reggio Calabria, residente a Genova, ha confessato poco dopo. All'origine dell'accaduto una violenta lite, scaturita in seguito ad un apprezzamento fatto ad una ragazza, che si trovava in compagnia del Maio, che, secondo le ricostruzioni, dapprima si sarebbe allontanato dal bar e poi sarebbe tornato armato di una pistola con cui ha freddato con pochi colpi di pistola padre e figlio. 

A nulla sarebbe servito il tentativo del padre di difendere il figlio, una rapida raffica di pallottole avrebbe trafitto Adriano, morto dopo pochi secondi e Walter, deceduto all’ospedale Villa Scassi con l’addome lacerato dai colpi di pistola.

Solo due ore sono poi bastate alla squadra mobile per rintracciare l'assassino, rifugiatosi nel frattempo a casa di un parente. Per lui l’accusa è di duplice omicidio aggravato. Secondo quanto riferito dall'avvocato difensore, egli avrebbe dichiarato: «Dopo la lite per un apprezzamento su due donne che erano con me, siamo usciti in strada e lì sono stato accerchiato e picchiato da quattro persone che mi hanno anche puntato una pistola alla tempia. Nel divincolarmi l'arma è caduta, l’ho raccolta, ho chiuso gli occhi e sparato. Ho difeso le donne».

Ma c'è di più. Non si tratta, infatti, del primo omicidio per Salvatore Maio, già condannato agli inizi degli anni anni ottanta per l'omicidio del marittimo 19enne Giuseppe Zangari, e per il ferimento dello zio di quest'ultimo, Natale, di 37anni, fatti avvenuti a Palmi, in Calabria.  Anche allora una banale lite aveva messo in moto la follia assassina dell'uomo, all'epoca 28enne ed anche allora aveva tentato invano di nascondersi alle forze dell'ordine.

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Condannato a 19 anni di carcere, ne ha scontati 11, forse pochi visto che è tornato ad uccidere, stavolta per ben due volte.

Non è il primo caso e non sarà neanche l'ultimo di fallimento dell'opera rieducativa delle carceri, spesso condizionata da logiche che poco riguardano la volontà di reintrodurre il reo all'interno del tessuto sociale. L'affollamento ormai insopportabile, un meccanismo non ben oliato di ricompense e permessi e fattori ambientali sono le cause per cui, potenziali killer rimessi in libertà, possono tornare a colpire indisturbati.  #Cronaca Genova