Sono passati quarant'anni da quel 29-12-1973, anno in cui ilGoverno emanò il Dpr 1902 riguardante alcuni provvedimenti che introducevano lariforma delle baby-Pensioni. Si tratta di una forma di previdenza erogata dalloStato per i dipendenti pubblici che hanno avuto la possibilità di andare inpensione in un'età inferiore ai 40-50 anni, versando soltanto 14 anni dicontributi per le donne e 20 anni per gli uomini.

Una legge che ha acceso non poche polemiche, visto che,secondo alcuni sondaggi, negli ultimi 40 anni ha comportato per lo Statoitaliano un costo per oltre 150 miliardi di euro, causando a sua volta notevolivantaggi per il baby-pensionato.

Andando in pensione all'età di 35 anni infatti il pensionato percepisce il trattamento previdenziale per il triplodegli anni di contribuzione e di conseguenza incassa il triplo del totale deicontributi effettivamente versati, considerando che l'aspettativa di vita di unbaby-pensionato è di 85 anni.

Secondo un rapporto di Confartigianato del 2011, in Italia sono circa 531.752 le persone andatein pensione nel fiore degli anni, ricevendo un assegno mensile di circa 1500euro lordi al mese.

Il 76,8 % sono dipendenti del settore pubblico, contro laminima percentuale del 23,2 % costituita da lavoratori del settore privato. Nessunomai è stato in grado di modificare tale norma che andava ad allargare sempre dipiù il rapporto debito pubblico/Pil oggi giunto al 128 %.

Solo nel 1992 ci fuuna svolta decisiva ma poco utile per quanto riguarda le cosiddette baby-pensioni.Infatti, con il decreto legislativo 503 del 30/12/1992, fu abolita lapossibilità di percepire prematuramente la pensione ma come conseguenza, loStato dovette affrontare una spesa per la previdenza pubblica pari allo 0,4 %del Pil nazionale annuo.

Segui la pagina Pensioni
Segui
Segui la nostra pagina Facebook!