Che l’Ape -sia nella versione sociale che in quella volontaria- e la quota 41 per i precoci, non siano misure che cancellano la Fornero o che riformano il sistema previdenziale appare abbastanza evidente. Si tratta di misure tampone, che detonano i pesanti inasprimenti della Legge Fornero, solo per un ristretto numero di lavoratori. Ape sociale e quota 41, destinate ad un pubblico di soggetti disagiati e in difficoltà, tra requisiti stringenti e paletti, servono a pochi, anche se le domande pervenute e scadute lo scorso 15 luglio, hanno dimostrato il successo delle misure.

L’Ape volontaria, con il prestito bancario previsto e penalizzante in termini di pensione futura, non rappresenta certo una misura che godrà di particolare appeal. Il sistema previdenziale avrebbe bisogno di flessibilità in uscita e di una riduzione netta dei pesanti requisiti di accesso alle Pensioni, oggi in vigore. Senza considerare che oggi, le problematiche di lavoro dei giovani, lasciano ipotizzare pensioni future da fame e difficilmente raggiungibili in base alle attuali regole.

Tutti i partiti, sia di maggioranza che di minoranza, i sindacati, i lavoratori e i vari addetti ai lavori, la pensano allo stesso modo, cioè che il sistema va riformato.

Ecco perché si parla tanto di questa fase 2 di riforma, quella che dovrebbe portare davvero i cambiamenti al sistema, quelli che le misure dell’ultima Legge di Bilancio non hanno fatto.

Il seminario al PD

La giornata di ieri è stata molto importante in materia previdenziale, come riporta una nota dell’Agenzia di informazione Ansa di oggi 18 luglio. Il dibattito sulla fase 2 che non era ancora decollato, come riporta l’Agenzia, ha avuto un primo accenno ieri durante un seminario al Partito Democratico, con la presenza del Sottosegretario Nannicini, del Ministro Poletti e delle tre grandi sigle sindacali, CGIL, CISL e UIL.

L’argomento proprio la fase 2 di riforma, con le prime proposte relative alla pensione di garanzia, alla detassazione della previdenza integrativa ma non solo. Tutto confermato quindi per quanto riguarda un nuovo pacchetto previdenziale da inserire nella prossima Legge di Stabilità, che andrà approntata in autunno per entrare in vigore nel 2018.

Un mix di misure

Dopo le parole di Poletti, relative a donne e giovani, che sono diventati ormai suoi cavalli di battaglia e dopo la conferma della volontà di intervenire in manovra finanziaria da parte del Sottosegretario Nannicini, molto importante la presa di posizione del Consigliere del Governo, Stefano Patriarca.

Quest’ultimo ha avanzato le proposte più interessanti che il Governo girerà ai sindacati. Si tratta della pensione di garanzia che risponde all’esigenza di rendere meno poveri per probabili misere pensioni a cui andranno incontro i giovani di oggi. Il precariato, il lavoro occasionale e la disoccupazione sono fattori che rendono la vita difficile oggi ai giovani.

La difficoltà a trovare un lavoro stabile sortirà l’effetto di rendere difficile la vita anche una volta in pensione.

Segui le tue passioni.
Rimani aggiornato.

Questo perché non trovare lavori duraturi e stabili oggi, rende difficile accorpare anni di contribuzione tali da rendere le pensioni future per i giovani, o quanto meno dignitose. In questa ottica, la proposta di Patriarca è di fissare una pensione minima con almeno 20 anni di contributi a 650 euro al mese. Una pensione che salirebbe di 30 euro al mese per ogni anno di lavoro superiore al ventesimo, entro un ipotetico tetto massimo di 1.000 euro al mese.

Si tratterebbe di introdurre nel sistema una forma di integrazione al minimo come funzionava il sistema retributivo. In pratica, per coloro che raggiungono corposi montanti contributivi, con una carriera piena fissata a 40 anni, si tratterebbe di garantire una pensione minima pari al 65% della retribuzione netta calcolata in media sugli stipendi percepiti. Un passo deciso verso il superamento delle rigide regole imposte dal sistema contributivo.

Segui la nostra pagina Facebook!