Le parole dette dal Ministro Padoan dopo la presentazione della nota di aggiornamento del DEF non lascerebbero spazio a voli pindarici e sogni. Nessun intervento generalizzato sulle pensioni si potrà avere con la prossima manovra finanziaria prevista per ottobre. Tradotto, niente stop al paventato aumento dell’età pensionabile a 67 anni nel 2019, niente quota 100 e così via. Se interventi ci saranno (ed ogni giorno che passa il condizionale diventa un obbligo), saranno limitati a piccoli correttivi delle misure già in essere, come un leggero allargamento delle platee a cui destinare l’Ape social e poco più.
I sindacati però, come riporta un articolo del quotidiano “Il Tempo” di oggi 27 settembre, non demordono, anzi, continuano a spronare il Governo sulle loro proposte in cerca di un accordo che ripetiamo, oggi appare improbabile. Il punto è sempre lo stesso, l’innalzamento dell’età pensionabile, utile alla sostenibilità del sistema per le casse dello Stato, ma mortificante per i lavoratori e per la qualità del lavoro. Per i sindacati la qualità del lavoro di un soggetto vicino ai 70 anni è evidentemente poco qualificante per il mondo del lavoro. Resta il fatto che se nulla verrà fatto in manovra, i dati Istat sull’aspettativa di vita produrranno l’aumento di età necessaria per le pensioni di vecchiaia dal 2019.
Pochi però dicono che allo stesso tempo e sempre per i dati Istat, dal 2019 le pensioni potrebbero calare dal punto di vista degli importi degli assegni.
Il nodo aspettativa di vita
Dal 1° gennaio 2018 anche le donne per poter sfruttare la pensione di vecchiaia dovranno avere 66 anni e 7 mesi di età come i colleghi uomini, dicendo di fatto addio alla pensione un anno prima prevista fino al 31 dicembre 2017. Dal 2019 poi, se un decreto ratificherà quanto previsto dall’Istat, cioè un aumento della vita media degli italiani, per tutti la pensione di vecchiaia slitterà a 67 anni compiuti. Per quella di anzianità o come la ha ribattezzata la Fornero, pensione anticipata, si dovranno raggiungere i 43 anni e 3 mesi di contributi versati.
Una enormità che continua a classificare l’Italia come uno dei paesi della Comunità Europea, con le soglie di accesso alle pensioni più alte. Basti pensare che mediamente, nel resto d’Europa le donne possono lasciare il lavoro intorno ai 63 anni e che per arrivare ai 67 anni che per l’Italia sono ormai prossimi, la Germania attenderà il 2030.
I coefficienti del sistema contributivo
Costringere le persone a lavorare di più in un mondo normale dovrebbe produrre assegni pensionistici più alti alla luce del fatto che si versano più contributi e che la Previdenza Italiana si basa proprio sul sistema contributivo quando si tratta di calcolare gli importi degli assegni pensionistici da erogare ai pensionati.
Il problema è che non è così ed il quotidiano Italia Oggi ha approntato un calcolo per dimostrare che le pensioni si abbassano mentre le soglie di accesso di alzano. L’Inps per calcolare quanto dare di pensione ad un italiano, utilizza dei coefficienti che trasformano i contributi versati nella vita lavorativa, in pensione. Negli ultimi anni il trend di questi coefficienti, che è al ribasso, sta erodendo gli importi delle pensioni erogate dall’istituto, proprio perché i lavoratori, per recuperare quanto perduto in termini di trasformazione dei propri contributi in pensione, devono lavorare di più. L’andamento dei coefficienti, secondo l’ultimo aggiornamento valido fino a fine 2018, presenta un segno negativo di 12 punti percentuali.
In pratica, sommando tutti i contributi versati e moltiplicati per i coefficienti annuali, dal 2009 ad oggi le pensioni sono più basse e lo saranno ancora di più nel 2019, quando anche le soglie di uscita saliranno. Italia Oggi fa un esempio rapportato a 100mila euro di montante contributivo accumulato. Nel 2009 su 100mila euro di contributi la pensione annuale spettante era di circa 6100 euro. Conti alla mano per chi andrà in pensione fino al 2018, sempre per i 100mila euro di montante contributivo, si percepirà un assegno annuale di pensione di circa 5230 euro. Nel 2019 sarà ancora peggio per i dati dell’Istat ed anche per via dell’aggiornamento dei coefficienti, che da triennali diventeranno biennali.