Il tema previdenziale continua incessantemente a tenere banco in qualsiasi sede di discussione. La Legge di Bilancio prima e adesso la sentenza della Consulta ed i dati dell’Istat sull’aumento della vita media degli italiani hanno messo altra benzina sul fuoco a quello che resta argomento molto a cuore a milioni di italiani. Le pensioni a partire dalla Riforma Fornero si stanno sempre più allontanando dagli italiani. Nelle famiglie con figli, la differenza è tangibile, con i padri che riuscivano ad andare in pensione a 55 anni ed i figli che probabilmente lo faranno oltre i 70 anni di età.
Nessun provvedimento e nessuna buona notizia sembrano uscire in vista dei prossimi anni che sanciranno l’ennesimo scatto in aumento.
I motivi degli inasprimenti
Il Sistema Previdenziale non può permettersi di mandare in pensione i lavoratori, con gli attuali requisiti. Questo in sostanza lo stato di salute dell’Inps e delle casse dello Stato che poi è il motivo (o la scusa) addotto dal Governo per giustificare l’aumento dell’età pensionabile previsto dalla riforma Fornero. L’Istat che è l’ente preposto a “dare i numeri” sulla vita media degli italiani, sulla popolazione residente e così via, ha esposto un quadro particolare della nostra penisola. La vita media degli italiani aumenta fino ad 82,8 anni, questa l’ultima stima Istat che di fatto autorizza il Governo (qualunque esso sarà dopo le prossime elezioni politiche 2018), a mettere in atto il paventato aumento dell’età pensionabile a 67 anni dal 2019.
Sempre dall’Istat, altri dati allarmanti sono usciti negli ultimi tempi, come quello della popolazione, il cui numero continua a calare, avendo perso circa 800mila soggetti. Tra i motivi dominanti le scarse nascite rispetto ai decessi e questo oltre che numericamente, influisce anche sui conti dell’Inps. Diminuisce inoltre la fascia giovane di popolazione ed aumenta quella anziana e quindi, diminuiscono (questo anche per via di precariato e disoccupazione) i lavoratori che versando i contributi, finanziano le pensioni che l’Inps eroga agli anziani.
L’incrocio con i contestati immigrati
Un sistema sul punto di implodere, se non fosse che grazie all’immigrazione, cioè a persone che vengono in Italia a lavorare (non i clandestini perché quello è un altro discorso), l’Inps respira un po.
Grazie alla forza lavoro dei “non-italiani” infatti, l’Inps ottiene la liquidità fornita dai loro contributi previdenziali, per sanare un po’ l’evidente gap tra incassi e fuoriuscite. Molti sono i soggetti che contestano al Governo l’innalzamento spropositato dei requisiti di accesso alle pensioni e che ne chiedono il congelamento. Oltre ai soliti Damiano, forze di opposizione dell’attuale Governo e sindacati, anche il PD nelle ultime ore spinge il Governo a fermare il meccanismo. Prima il Ministro Martina e poi l’Ex Premier Matteo Renzi hanno pubblicamente ammesso la loro posizione contraria all’aspettativa di vita. Difficile però che la macchina ormai lanciata venga fermata, perché i dati dell’Istat sono avvalorati da quelli dei tecnici di finanza pubblica, come la Ragioneria di Stato, la Corte dei Conti e Bankitalia.
Per le donne il danno maggiore
Prima della Legge Fornero l’uscita per la pensione di vecchiaia si centrava a 65 anni di età per gli uomini e prima ancora a 60 anni per le donne. Proprio le donne risultano quelle più svantaggiate da questi aumenti, in barba a quanti chiedono la valorizzazione dei lavori di cura della famiglia e la differenza tra uomini e donne in materia pensionistica. Un dato ufficiale è che dal 2018 le donne andranno in pensione di vecchiaia come gli uomini, a 66 anni e 7 mesi di età. Nel 2019 anche per loro ci sarà lo scatto a 67 anni. In un biennio, per donne nate nel 1952 è cambiato tutto. Come riporta una nota Ansa di ieri 25 ottobre, compagne di banco a scuola andranno in pensione in maniera differente e con molti anni di distanza l’una dall’altra.
Per chi è nata fino a maggio del 1952, ci sarà la pensione nel 2017, mentre per chi è nata dopo, anche se nello stesso anno, se ne riparlerà a dicembre 2018 o peggio ancora nel 2019 con la pensione di colpo portata a 67 anni. Per le classe 1953 non va meglio, anzi, si tratta di lavoratrici che per via di scelte diverse di carriera, avranno futuri pensionistici nettamente diversi. Basti pensare che le nate nel 1953 che hanno iniziato a lavorare nel pubblico impiego a 21 anni e che sono riuscite ad andare in pensione con 14 anni 6 mesi ed un giorno, le famose baby pensioni, son andate in pensione molto prima delle colleghe laureate che hanno iniziato a lavorare a 26 anni nel settore privato. Per queste la pensione per via dei continui inasprimenti si centrerà nel 2020, cioè con 30 anni di età e 27 anni di lavoro in più.