Più tempo passa e più la pensione diventa un miraggio per molti lavoratori. Infatti, l’Italia già oggi, secondo le statistiche, risulta uno dei paesi dell’Unione Europea con le più elevate soglie di accesso alle pensioni. La situazione, senza interventi legislativi che oggi appaiono improbabili, andrà a peggiorare già dal prossimo anno. Intanto, uno studio dell’Università di Melbourne, in Australia, sottolinea come restare al lavoro a tarda età, in alcuni casi, metta a rischio la salute dei lavoratori.

Le pensioni in Italia

Come dicevamo, già dal prossimo anno ci sarà un netto peggioramento per i requisiti di accesso alle pensioni.

Nel 2018 la pensione di vecchiaia per le donne perderà l’anno di abbuono consueto. In pratica, mentre fino al 31 dicembre 2017, una lavoratrice con 65 anni e 7 mesi di età e con almeno 20 di contributi versati poteva ricevere la pensione di vecchiaia, dal 2018 avrà bisogno di un anno di età in più. La pensione di vecchiaia per uomini e donne sarà uniformata ai 66 anni e 7 mesi di età previsti oggi per i maschi. Dal 2019 invece, per tutti si salirà a 67 anni di età per via del quasi certo scatto in avanti di 5 mesi per via del meccanismo di aspettativa di vita. Gli aumenti però non termineranno nel 2019, perché ogni biennio, la vita media degli italiani come certificato dall’Istat, continuerà a produrre aumenti come previsto a suo tempo dalla riforma Fornero.

Per le pensioni di anzianità, quelle scollegate da qualsiasi limite anagrafico, la situazione non sarà migliore. Infatti, dal 2019 anche la pensione anticipata salirà di 5 mesi, arrivando a poter essere centrata con 43 anni e 3 mesi di contributi versati.

Interventi previdenziali

Anche le novità previdenziali del 2017 non hanno migliorato di molto la situazione. L’Ape sociale si centra a 63 anni di età, ma con 30 o 36 anni di contributi versati a seconda della tipologia di soggetti a cui la Legge ha destinato la misura. Necessari 30 anni a soggetti che allo stesso tempo devono essere disoccupati con 3 mesi di vuoto reddituale per scadenza Naspi e che siano stati licenziati. Lo stesso per gli invalidi o i caregivers, sempre che il soggetto invalido abbia il 74% di invalidità.

Necessari 36 anni invece per i lavori considerati gravosi, come per esempio le maestre di asilo o gli edili. In questo caso l’attività logorante deve essere svolta in 6 degli ultimi 7 anni di lavoro. Stesse regole per i precoci a cui viene destinata la quota 41. Per l’Ape volontario invece, servono 20 anni di contributi e sempre a 63 anni di età, ma bisognerebbe fare i conti con una pensione erogata sotto forma di finanziamento bancario, cioè un vero e proprio prestito. In definitiva, servono sempre molti anni di contributi e soprattutto una elevata età per poter centrare una qualsiasi pensione prevista dall’ordinamento.

Over 40 e i 3 giorni di lavoro

Nella prossima Legge di Bilancio, per molti dovrebbero essere inserite nuove norme previdenziali tali da detonare i pesanti limiti di quelle attuali.

I conti pubblici però non spingono all’ottimismo perché essendoci poche risorse, le casse dello Stato non si possono permettere riforme radicali e costose. Intanto, come riportato in premessa, uno studio di un ateneo australiano, come riporta “radiomontecarlo.net”, parla di lavoro per over 40, cioè soggetti con 40 o più anni di età. Secondo i ricercatori, che hanno sottoposto a test 6500 persone tra uomini e donne, lavorare sopra i 40 anni, con i ritmi normali sarebbe rischioso. Fatica fisica, logorio psicologico e stress sarebbero i rischi per la salute di soggetti che lavorano dopo i 40 anni di età per più di 3 giorni a settimana.

La ricerca ha evidenziato questi risultati, sottolineando anche il dato opposto e cioè che lavorare meno dei 3 giorni di cui accennavamo prima, produrrebbe un effetto inverso, ma sempre nocivo.

Infatti, secondo l’Università, il cervello di un soggetto over 40 per restare attivo ha bisogno di lavorare almeno per 3 giorni a settimana. Tutto questo tenendo in considerazione che i 40 anni, in molti casi rappresentano la soglia di vita in cui un soggetto inizia a dedicarsi anche agli affetti familiari che secondo gli studiosi, rappresentano a tutti gli effetti un secondo lavoro.