Ormai è scontato l’ingresso di quota 100 nel sistema previdenziale italiano. Dal 2019 alla pensione anticipata o alle Pensioni di vecchiaia si aggiungerà un’altra misura previdenziale che consentirà ai lavoratori di lasciare il lavoro a determinate condizioni. Una misura che secondo il governo aiuterà i lavoratori a superare la riforma Fornero ed i suoi pesanti vincoli. Si tratta di una misura opzionale, cioè deve essere il lavoratore a scegliere se optare per questa nuova via di uscita dal lavoro o restare in servizio fino alle soglie previste dalla legge Fornero, che continuerà comunque ad esistere anche nel 2019.

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Opzione dicevamo, perché sembra che con la nuova misura, all’anticipo di pensione offerto o alla flessibilità in uscita che di fatto concederà quota 100, ci sarà da fare i conti con riduzioni di assegno non indifferenti. Lo sottolinea una analisi molto approfondita del quotidiano “Il Sole 24 Ore”. Molti parlano di beffa, perché la quota 100 è vero che consentirà di lasciare il lavoro con discreto anticipo rispetto alle soglie dei requisiti delle altre misure, ma è altrettanto vero che farà percepire pensioni più basse.

Riduzioni un po’ per tutti, da chi lascia il lavoro con il massimo anticipo a 62 anni, a quelli che scelgono di anticipare la pensione di uno o due anni, tra i 65 ed i 66.

Due fattori penalizzanti

Saranno due i fattori che andranno ad incidere negativamente sulle pensioni erogate in regime di quota 100. Il primo aspetto è quello del minor numero di anni di contributi versati dai lavoratori con l'uscita anticipata. Il secondo invece è più tecnico e riguarda coefficienti di rivalutazione dei contributi in pensioni e perequazione.

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Un taglio che inciderà sul numero dei lavoratori che sceglieranno di sfruttare quota 100 e che probabilmente riuscirà a far rientrare quota 100 nella previsione di spesa che il governo ha inserito in manovra di Bilancio, dove al capitolo previdenziale (a quota 100 si deve aggiungere anche opzione donna) è stata destinata la cifra di 6,7 miliardi.

Contributi e coefficienti

Ricapitolando, l’uscita con quota 100 andrebbe a comportare una doppia penalizzazione per i lavoratori. Chi lascia il lavoro a 62 anni con la nuova misura, anziché a 67 con la pensione di vecchiaia, si troverebbe a versare 5 anni in meno di contributi.

Quota 100 che prevede oltre ai 62 anni come età minima di uscita, anche 38 di contributi, sempre minimi da centrare, lascia in campo poche combinazioni possibili. Oltra alla quota 100 precisa, si esce con quota 101, 102, 103 e 104, cioè a 63, 64, 65 e 66 anni. La perdita per il minor numero di anni di contributi versati inciderà di meno su chi sceglierà la quota 100 ad età più avanzata, ma sarà sempre un taglio. Inoltre, ci sarebbe da fare i conti con i coefficienti di trasformazione dei contributi in pensioni, che prima si lascia il lavoro, meno sono favorevoli al lavoratore.

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Più “giovani” si lascia il proprio posto di lavoro più basso è il coefficiente che trasforma il montante contributivo in assegno pensionistico. Secondo gli ultimi calcoli pubblicati su Repubblica, si parla di un assegno più basso dal 2% per chi sceglie di andare in pensione a 66 anni, fino al 20% per chi esce a 62 anni.

Per il prossimo biennio poi, questi coefficienti sono stati aggiornati in basso per via degli indici relativi a Pil e titoli di stato. Per esempio, il sessantaduenne con 38 anni di contribuiti che sceglie quota 100 si vedrà applicare il coefficiente 4,79 e non il 4,85 come sarebbe successo se quota 100 fosse già attiva per il biennio 2017-2018. La storia dei coefficienti comunque, inciderà anche sulle altre misure previdenziali, dalle pensioni di vecchiaia a quelle anticipate. Se per le prime il taglio è fisso, essendo la pensione di vecchiaia fissata all’età di 67 anni, per le anticipate vale il discorso fatto per la quota 100. La pensione anticipata a 43 anni e 3 mesi di contributi, salvo interventi che blocchino l’aspettativa di vita sulle pensioni lasciandole con i requisiti di oggi, cioè 5 mesi prima, si centra senza vincoli di età. Naturale che prima si lascia il lavoro, perché prima si arriva alla soglia di contribuiti prevista e meno favorevole sarà il coefficiente di trasformazione.