Il decreto sulle Pensioni da parte del governo Conte, rinvio dopo rinvio, ancora deve essere emanato. C’è soltanto la bozza che da indiscrezioni e fonti vicine al dossier, necessita di alcuni chiarimenti e correttivi. Infatti ci sono diversi aspetti delle novità che dovrebbero fuoriuscire nel decreto, che vanno limati e molte di questi sono proprio in quota 100 la misura sicuramente più attesa. Nessun dubbio sul varo delle misure, perché ormai il governo ha preso la sua strada e nel prossimo triennio molti lavoratori a loro scelta, potranno optare per il nuovo canale di uscita a 62 anni con 38 di contributi.

Le vie di uscita anticipata dal lavoro, rispetto alla pensione in regime Fornero diventeranno di più, ma ci sono sicuramente delle controindicazioni e delle problematiche che vanno affrontate.

Quota 100, le ipotesi del decreto

Ormai è chiaro che in quota 100 ci sarà il doppio vincolo anagrafico-contributivo che strizza l’occhio a lavoratori con carriere continue ed ininterrotte rispetto a chi ha da sempre lavorato con discontinuità.

Serviranno 62 anni di età e 38 di contributi e queste due soglie minime sembrano spingere a considerare i lavoratori statali (ma anche i lavoratori delle aree più industrializzate del paese) come profilo doc per rientrare nella misura. Infatti, stando alle ipotesi ed ai numeri circa la platea di potenziali pensionati quotisti, su 350mila che centreranno la quota necessaria nel 2019, poco meno della metà saranno lavoratori della Pubbliche Amministrazioni.

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Pensioni

SU questi però spunta un vincolo particolare che segnerà probabilmente l’appeal che la misura avrà sui dipendenti pubblici. Il TFS, l’alter-ego del TFR o della buonuscita per i lavoratori statali potrebbe non essere erogato con le regole normali per quanti sceglieranno la quota 100. La liquidazione per i lavoratori statali che sceglieranno la pensione anticipata avendo centrato quota 100, potrebbe essere erogata solo a 67 anni di età, cioè al termine dell’anticipo di pensione rispetto alle attuali soglie della pensione di vecchiaia. Questo uno degli argomenti che da fonti vicine al governo sembra ancora in discussione in vista del decreto.

Le vie di uscita dal lavoro

Il TFS degli statali è sicuramente un elemento atto a dissuadere i lavoratori dallo scegliere il nuovo canale di uscita, probabilmente per limitare le uscite soprattutto nel pubblico impiego che rischia il collasso per il paventato esodo di massa. A questa problematica infatti occorre aggiungere il fatto che il sistema di quota 100 prevede le finestre mobili e se nel settore privato, la decorrenza della pensione da quotista scatta con 3 mesi di ritardo per via della finestra, nel Pubblico Impiego ci vorranno 6 mesi e probabilmente ulteriori 6 mesi di preavviso.

Su quota 100 poi sembra ci sarà il tanto discusso divieto di cumulo dell’assegno di pensione con altri redditi da lavoro (solo lavoro autonomo occasionale e solo fino a massimo 5.000 euro annuo). Infine, occorre ribadire che essendo una misura di pensione anticipata, per via del minor numero di anni di contributi versati e per via dei coefficienti di trasformazione del montante dei contributi, l’assegno con quota 100 sarà inferiore a quello teoricamente spettante al pensionato.

Un canale di uscita questo di quota 100 che richiama anche alle aziende e ai datori di lavoro.

Come per l’isopensione, tra l’altro misura ancora attiva nel 2019 che consente previso accordo di esodo tra sindacati e aziende, il pensionamento anticipato fino a 7 anni dei dipendenti più anziani tutto a carico dell’azienda, la quota 100 potrebbe essere maggiormente vantaggiosa per molti. Sembra che sarà inserito un particolare punto nella misura che sempre dopo accordi tra parti sociali e datori di lavoro, utilizzando i fondi bilaterali di solidarietà, potrebbero consentire al lavoratore che si trova a 3 anni da quota 100, di andare in prepensionamento con assegno pagato dalle aziende. Uscita quindi possibile anche a 59 anni o con 35 anni di contributi versati. Nel decreto oltre quota 100 si attende l’ok anche per opzione donna, per la pensione alle lavoratrici con 59 anni di età e 35 di contributi. Alternative a quota 100 restano la pensione per usuranti, che si centra a 61 anni e 7 mesi di età con 35 di contributi o quota 41 per i precoci. Oltre che avere un anno di contributi versato prima dei 19 anni di età, per quota 41 bisogna essere disoccupati, invalidi, avere invalidi a carico o rientrare nei lavori gravosi. Infine l’Ape, sia sociale che volontaria, la prima destinata agli stessi disagiati di quota 41 e la seconda alla generalità dei lavoratori. Due prestiti ponte che accompagnano dai 63 anni il lavoratore fino al compimento dell’età pensionabile di 67 anni. L’Ape social, essendo misura spiccatamente assistenziale (vista la platea), resta a carico dello Stato, mentre l’Ape volontaria altro non è che il prestito che il pensionato deve restituire alla banca una volta arrivato a 67 anni.

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