Il maxi decreto su Pensioni e reddito di cittadinanza è stato emanato e diramato dal parte del Consiglio dei Ministri di ieri sera. Finita l’attesa per questa mini riforma delle pensioni che permette al sistema di dotarsi di ulteriori misure per lasciare il lavoro. Misure che hanno un comune denominatore nella flessibilità, perché si tratta di strumenti opzionali lasciati a libera scelta del lavoratore. Il lavoro dell’esecutivo, almeno per quanto riguarda quello legislativo è terminato e come sempre, quando si tratta di nuove misure i dubbi e le perplessità restano notevoli.

Nel pacchetto dedicato alle pensioni di questo decreto, c’è spazio per la quota 100, per opzione donna e per l’Ape sociale. Si tratta di tre canali di uscita anticipata dal lavoro rispetto alle altre regole previdenziali che si basano ancora sulla riforma Fornero che pertanto non è stata cancellata, ma solo in parte detonata per qualcuno. Fatto sta che una discreta platea di lavoratori possono scegliere una di queste vie per poter anticipare la quiescenza a volte con un notevole anticipo.

Si esce dal lavoro a 59 anni?

Su quota 100 e su opzione donna i requisiti di accesso sono ormai largamente conosciuti. Per la quota 100 servono in primo luogo 62 anni di età e 38 di contributi. Queste le soglie minime da centrare per poter rientrare nel beneficio dell’anticipo.

Per chi ha completato le soglie entro la fine del 2018, si potrà percepire il primo rateo di pensione da quotisti ad aprile 2019. Per gli altri, cioè per coloro che centreranno i requisiti ad anno 2019 in corso, bisognerà attendere tre mesi dalla data in cui si matura il diritto alla pensione con quota 100. Nel pubblico impiego l’attesa è più lunga, con la prima finestra a luglio 2018 (per i quotisti al 31 dicembre 2018) e poi con 6 mesi di attesa tra maturazione del requisito e decorrenza assegno.

Grazie all’inserimento nel decreto di una norma che richiama ai fondi bilaterali di solidarietà, la quota 100 per qualcuno potrebbe arrivare a 59 anni di età. Previo accordo tra parti sociali e aziende, per quante di queste volessero avviare processi di turnover e ricambio generazionale, possibile pre-pensionare i lavoratori che si trovano a 3 anni dal centrare i requisiti per la quota 100.

In questo caso a pagare l’assegno straordinario di importo pari a quello previsto per quota 100, sarebbe l’azienda che avrebbe sgravi contributi sulle nuove assunzioni di personale naturalmente più giovane. A 59 anni è fissata la soglia anche per opzione donna, cioè la misura destinata a lavoratrici che a fronte di un largo anticipo in termini di uscita dal lavoro, accetteranno una pensione calcolata con il meno favorevole sistema contributivo. Un misura destinata a donne nate entro la fine del 1960 se lavoratrici dipendenti ed entro la fine del 1959 se lavoratrici autonome, a condizione che abbiano accumulato almeno 35 anni di contributi versati.

Pensioni flessibili

L’assegno previdenziale che si va ad incassare con la quota 100 non è penalizzato dalle regole di calcolo di opzione donna, perché si adotterà lo stesso sistema di tutte le altre misure oggi vigenti, cioè il misto.

Resta però da fare i conti con un assegno inferiore a quello che si sarebbe dovuto percepire o che si andrebbe a percepire attendendo i 67 anni e la pensione di vecchiaia. Ogni anticipo non può essere gratuito perché lasciare prima il proprio lavoro significa accumulare meno anni di contributi e trasformare il proprio montante dei contributi in pensione, con coefficienti più sfavorevoli. Ad una pensione teoricamente più bassa (ma percepita per più anni) si deve aggiungere il divieto di cumulare altri redditi da lavoro con la pensione da quotisti. Si potrà arrotondare quanto preso di pensione, solo con redditi fino a 5.000 euro annui, provenienti però solo da lavoro autonomo occasionale. Un divieto in azione per tutti gli anni di anticipo sfruttati, cioè fino ai 67 anni di età.

Sempre flessibile è anche l’Ape sociale, un’altra misura che i lavoratori possono scegliere di utilizzare una volta raggiunti i 63 anni di età. Il governo del decreto ha prorogato la misura per tutto il 2019, non cambiando nulla dal punto di vista della sua struttura. In primo luogo, la misura resta appannaggio di disoccupati che da 3 mesi sono senza reddito perché hanno terminato il periodo di copertura da ammortizzatori sociali come la Naspi. Per loro servono almeno 30 anni di contributi versati e la stessa soglia deve essere raggiunta da invalidi e da chi assiste un familiare invalido da almeno 6 mesi, cioè le altre due categorie di disagiati a cui si riferisce l’Ape sociale. Le invalidità devono essere tutte pari ad almeno il 74% di disabilità accertata, sia che la condizione invalidante sia del richiedente che di un suo familiare a carico.

L’Ape sociale si applica anche alle 15 attività gravose previste dal governo precedente quello giallo-verde. Si tratta di infermieri delle sale operatorie, maestre di asilo, edili, gruisti, camionisti, macchinisti e personale viaggiante dei treni, facchini, siderurgici, marittimi, pescatori, operatori ecologici, addetti alle pulizie, agricoli e badanti. Per loro necessario raggiungere 36 anni di contributi versati dei quali 7 degli ultimi 10 accumulati in un a delle attività gravose prima descritte (in alternativa, per la metà della vita lavorativa).