Negli ultimi anni, caratterizzati da una difficile situazione economica, una moltitudine di economisti più o meno titolati si sono cimentati in saggi, articoli o interi libri sulla crisi e su come analizzarla. Molte di queste opere sono davvero pietre miliari, se proprio dovessi consigliarvene uno direi “Questa volta è diverso – otto secoli di follia finanziaria” – di Carmen M. Reinhart e Kenneth S. Rogoff.
Quando però si prova a spostare lo sguardo dall’analisi di quanto è già accaduto a “cosa ci riserva il futuro” e soprattutto a rispondere alla domanda “quanto durerà ancora la crisi?” la sicurezza degli accademici comincia a vacillare.
Basare le previsioni su ciò che è accaduto in passato è un gioco molto pericoloso, in particolar modo nell’attuale realtà, caratterizzata dalla potenza amplificatrice dei media e del web.
Recentemente ho letto un articolo molto interessante di Robert Shiller che affronta proprio questo tema, ovvero sulla difficoltà di effettuare previsioni economiche affidabili in situazioni come quella attuale, in cui il rallentamento dell’economia è largamente dipendente da fattori di natura psicologica e sociologica: ad esempio le oscillazioni della fiducia e l’estrema variabilità dei cosiddetti “animal spirits”.
Credo che ciascuno di noi, anche se non ha sofferto in modo diretto le conseguenze della crisi, abbia sperimentato su se stesso la sensazione di aver poca voglia di far shopping o di comprare un altro orpello superfluo.
Come si fa ad aver voglia di spendere in un momento così? E se magari domani andasse anche peggio?
Ritengo che per molti la revisione delle abitudini di consumo durerà più a lungo della crisi economica. Questo, in taluni casi, potrebbe avere anche avere ripercussioni positive, liberandoci dall’ossessione consumistica.
Molti economisti di spicco, prosegue Shiller, affrontano le previsioni economiche con grande cautela, a partire dallo stesso OCSE che il 6 settembre ha pubblicato le sue previsioni sullo scenario a breve termine, premettendo che quanto delineato è suscettibile di rilevanti incertezze. Il punto è proprio questo: buona parte dei modelli economici sono stati pensati per tempi “normali”.
Adesso fate uno sforzo e provate a ripensare al passato recente, a quello in cui la crisi già imperversava. Cosa vi viene in mente? Non certo numeri o misure economiche, ma “storie”. Ad esempio quella della crisi greca, da cui sembra che i nostri guai abbiano avuto inizio. Un paese di soli 11 milioni di abitanti, il cui “collasso” sta mettendo in ginocchio l’area più ricca del pianeta e, almeno potenzialmente, l’intera economia mondiale.
Ricordate? In Grecia nel 2008 i media riportano le prime proteste della gente in seguito alla proposta, da parte del governo, di innalzare l’età pensionabile (per altro in modo modesto) per arginare il buco di bilancio. Gli occhi del mondo cominciano a voltarsi verso questo piccolo paese, finché la curiosità diventa una vera e propria mania a fine 2009, quando i tassi sul debito greco cominciano a lievitare causando ulteriori problemi per il governo ellenico.
Quindi il tam tam di attenzione: immagini di tafferugli, sentimenti sempre più negativi (“per quegli spendaccioni di greci che hanno mandato in dissesto le finanze pubbliche…”).
La palla di neve diventa valanga, complice la paura e la colpevole trascuratezza nel trovare una soluzione da parte delle istituzioni. Quello della fiducia e delle sue interessanti dinamiche è un tema caro a noi di Advise Only che, dell’”importanza del fattore F” ne avevamo già parlato. I numeri drammatici che narrano l’evolversi di questa crisi sono sotto gli occhi di tutti: la contrazione del PIL o l’inquietante numero di disoccupati, specialmente tra i giovani, solo per citarne un paio.
Per quanto i modelli economici ci diano sicurezza, quindi, restiamo di carne e ossa: la psiche umana immagazzina “storie”. Storie di persone – meglio se corredate da immagini, che “ci prendono” molto più di un freddo modello statistico. Speriamo solo che questa storia abbia – presto – un lieto fine.