Le prime emigrazioni dei giovani italiani in cerca dilavoro e di un miglioramento economico risalgono al 1876 quando ci furono esodidi massa verso le Americhe, in prevalenza Argentina e Brasile e di seguito BuenosAires, per poi, dopo il 1900, quando ogni anno espatriano mediamente 500.000italiani, quattro partenze su dieci si dirigono negli Stati Uniti. Qui, gliemigrati si concentrano a New York, Boston, Philadelphia e New Orleans per poispostarsi a Chicago e San Francisco nell'ovest. Oltre alle Americhe gliitaliani emigrano anche in Svizzera, Australia e Germania.
Questo ha fatto di noi un popolo di emigranti e ancoraoggi a distanza di 137 anni i giovanisono costretti ad emigrare; da parte degli universitari italiani,le mete più gettonate sono i Paesi europei: Germania, Austria, Gran Bretagna,Francia e Svizzera. Mentre per le persone già formate, e che hanno già unacerta professionalità, le mete principali sono l'Argentina, il Brasile, gliStati Uniti, la Svizzera. Per quanto riguarda invece i tecnici aziendali o iricercatori, le destinazioni principali sono attualmente l'Europa, gli StatiUniti e la Cina anche perché sta diventando il nuovo Paese di sviluppo eattrazione per queste nuove competenze e qualifiche professionali.
La politica, invece di incentivare i giovani a restare perlottare affinché l'Italia rincominci a crescere economicamente e diventicompetitiva con le altre nazioni Europee li motiva ad emigrare.
Fu lo stesso Mario Monti a sottolineare la necessità di una "nuova mobilità internazionale" dellaforza lavoro italiana, fin dal suo discorso d'inserimento esordendo con"studiate una lingua e partite" riportandoci alla classica impostazione di 137 anni fa che ha caratterizzato partedella nostra storia nazionale: esportatori di made in italy, in particolaresotto forma di cervelli.
Una speranza che questo non accada c'è perché alcuni ragazzi hanno deciso discommettere proprio sull'Italia, in gran parte provenienti dai collettiviuniversitari, che si sono raccolti intorno al movimento "io voglio restare". Hanno presentato questoappello : "Perché mai dovremmo restarein Italia, se qui non è possibile vivere con dignità, dare corpo alle nostre aspirazioni, mettere in gioco lenostre competenze?
Eppure noi crediamo di essere una risorsa. Sequesto Paese va ricostruito, noi sappiamo di poterlo e doverlo fare. Perriuscirci però abbiamo bisogno di un cambiamento qui e ora, che ci permetta direstare: non vogliamo il posto di qualcun altro, vogliamo costruire il nostro".Perché anche scegliere di restare deve essere un diritto, in poche settimane hanno raccolto milletrecento adesionisottoscritte da studenti universitari, dottorandie ricercatori, ma anche giornalisti precari e praticanti avvocati, operai eattivisti. Tutti riuniti in uno slogan che fa riflettere: "Cambiare ilpaese per non cambiare paese".
Chi potrebbe andarsene e non lo fa va ricordato. Non è un vigliacco quello che ha avuto la fortuna di poter scegliere e ha preferito perderedel successo sicuro altrove, per provare a donare le proprie capacità alla suaterra. Non biasimo chi decide di partire ma sono fiero dei conterranei che consacrificio decidono di rimanere in Italia,o che da lontano non smettono di informarsi riguardo le loro origini .