Oggi è il 17 marzo, giorno in cui si celebra il 154° anniversario della nascita dell'Unità d'Italia. In varie parti della nostra Nazione ci saranno manifestazioni pubbliche per celebrare l'evento. Ma non tutti festeggeranno. Parliamo dei revisionisti nostalgici del Regno Borbonico che, rifacendosi alle letture degli scritti del giornalista-scrittore Nicola Zitara (n. 1927-m. 2010) e del docente liceale, giornalista, sceneggiatore Carlo Aianiello (n. 1901-m. 1981) sostengono che il Risorgimento, nei confronti del Sud-Italia è stato un'operazione criminale organizzata dal Piemonte, con l'appoggio di Francia e Inghilterra, per impadronirsi delle ricchezze del Regno delle Due Sicilie, trasformandolo in una colonia sabauda e porre la popolazione meridionale in stato servile.

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Una rielaborazione della Storia, che ha trovato terreno fertile in alcune fasce dell'opinione pubblica meridionale grazie a un certo diffuso vittimismo, che ha acceso un senso di vendetta rivalutando, addirittura, il brigantaggio e trasformandolo in una sorta di guerriglia alla sud-americana contro gli "Invasori" calati dal Nord-Italia.

L'analisi

Ma questo revisionismo anti-risorgimentale dispone di fonti storiche e riscontri documentali? Abbiamo scelto come analisi di questo fenomeno quella di Salvatore Lupo, docente di Storia contemporanea all'Università di Palermo che, qualche tempo fa, si espresse sull'argomento al quotidiano L'Inkiesta.

Lo storico parla di "revisionismo spicciolo" nascente da un tentativo politico di cercare nel periodo borbonico un passato mai esistito, un modo per percorrere la storia per identificare il responsabile dei problemi di oggi.

Un'impostazione volta ad inserire nei fatti storici episodi immaginari e dando vita a libri tragicomici, che raggiungono una vasta platea. I contenuti, superficiali e romanzati, trovano facile accesso in una certa fascia dell'opinione pubblica del meridione, per spiegare le origini di un Sud arretrato.

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A tal proposito Lupo cita "Terroni" del giornalista Pino Aprile, che non ha ancora reso noto l'origine delle sue fonti.

Un aspetto su cui i "revisionisti spiccioli" fanno leva sul loro pubblico, continua il docente, è la presenza della violenza nella storia, ignorando che questa ha rappresentato sempre la regola. Si scandalizzano giustamente per i massacri di Pontelandolfo e Casalduni del 1861, ma indifferenti per gli atti barbarici compiuti dai soldati borbonici, come a Messina nel 1848. E anche se l'unificazione italiana fu caratterizzata da gesti repressivi, bisogna ricordare un grande fatto storico: la popolazione del sud, da una monarchia reazionaria-repressiva entrò in un ordinamento liberale e costituzionale di un paese che, stabilizzandosi, avrebbe avuto ed ebbe un vero sviluppo economico.

Lupo descrive il 1860 una guerra fratricida tra due eserciti meridionali: i garibaldini e i borbonici. Un conflitto dove i patrioti italiani sconfissero i borbonici reazionari. Nessuno aveva stabilito la caduta delle Due Sicilie e che i Sabaudi dovevano dirigere l'unificazione italiana. Tale esito fu causato dagli stessi Borbone che, negando riforme legislative, delusero le attese dei patrioti. Sul brigantaggio post-unitario Lupo parla di scontro tra legittimisti e liberali che fu contrassegnato da una elevata violenza nel tentativo di riportare l'ordine, ma parlare di genocidio con cifre irreali è falso.

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Queste tesi revisioniste non sono scritte da storici, ma da soggetti che valutano il passato con occhi attuali.