Lo ha ripetuto a più riprese Papa Francesco, sia in tempi non sospetti, sia immediatamente dopo gli attentati di Parigi. "Siamo in guerra, è una III^ guerra mondiale ma a pezzi" aveva pronunciato la massima carica della Chiesa lo scorso agosto, per poi ribadire con più forza, rabbia e anche malinconia la distanza della religione con i tragici eventi di Parigi del 13 novembre scorso, una data spartiacque con il "vecchio" modo di considerare il terrorismo, per la distanza quantomeno psicologica postuma dagli eventi dell'11/09.

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Non che gli attentati, peraltro in Unione Europea, si fossero fermati (vedi Madrid nel 2004 oppure Londra nel 2005) ma a Parigi ha colpito come è successo, come è stata assediata su più fronti una delle città più amate al mondo, aggirando tutte le forze di intelligence, ma perché questo nemico fa più paura, perché almeno idealmente risulta essere più organizzato rispetto ai Bin Laden o agli Al Zarqawi di turno ed Al Qaeda intera che lanciavano messaggi apocalittici, non sempre credibili, dai propri rifugi nel deserto.

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Perché lo Stato Islamico (ISIS) proclama le sue battaglie in modo ancora più atroce, mostrando immagini umanamente insostenibili e un "modus operandi" così spietato ed estremo, tanto da allontanare irrimediabilmente la stessa Al Qaeda da una eventuale posizione comune sul fronte.  

A Parigi, insomma, sembrano essersi aperti nuovi scenari, in un contesto internazionale già instabile in Medio Oriente e che sembra aver evidenziato le proprie debolezze anche in casa propria.

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Papa Francesco

E proprio mentre a Parigi inizia il COP21, con allerta massima e 120.000 uomini mobilitati, il Papa, con un segnale forte e che rimarrà impresso nella storia,  ha deciso di aprire anzitempo la porta santa che dà il via al Giubileo Straordinario del 2015, da uno dei Paesi più poveri al mondo, come la Repubblica Centroafricana, a Bangui nella sua capitale. Senz'altro Papa Francesco ha voluto dare un messaggio di pace che partisse trasversalmente da un Paese martoriato dalla povertà per estendersi in tutto il mondo, verso la pace e il rispetto dei diritti umani.

Questo gesto, però, può essere visto anche come un sintomo di paura, la paura di quell'8 dicembre, di quella minaccia costante su Roma per l'evento internazionale più importante di fine anno.

Tra messaggi di Nostradamus ed alleanze militari in corso in nome della "realpolitik"

Si parla, seppur in modo allegorico (ma anche troppo questa volta) come tipico delle sue profezie, di una Francia come culla di guerra, di una Roma distrutta e di un'Europa colpita.

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Di certo, con tutti gli scongiuri del caso, i venti di guerra predetti dall'astrologo e scrittore francese Nostradamus non sono stati mai così forti come in questi ultimi tempi e, politicamente parlando, già dalla complessità russo-ucraina che aveva portato nel maggio dell'anno scorso all'annessione della Crimea alla Russia, qualcosa era cambiato. Una diversità nel fare politica, una praticità (soprattutto russa) nell'impostare in nome della "realpolitik", un ordine più concreto, meno idealista di spinta dei processi nelle relazioni diplomatiche internazionali.  Oggi, nonostante Stati Uniti e Russia siano più vicini, con il presidente americano Obama che riconosce Putin come un interlocutore costruttivo, la tensione è massima.

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 Basti pensare all'incidente diplomatico tra Russia e Turchia con l'abbattimento di un caccia russo da parte degli F-16 turchi, l'assassinio di Tahir Elçi, avvocato del PKK, oppure alla chiusura delle relazioni diplomatiche da parte di Israele verso le istituzioni dell'Unione Europea. In mezzo a tutto questo, l'escalation della guerra in Siria contro l'ISIS e soprattutto delle alleanze che sembrano schierarsi come in un fronte di guerra e che sicuramente nel mezzo della COP21 e del Giubileo anticipato avranno modo di prendere una forma. Ecco che quindi, per essere più razionali e meno esoterici, le quartine di Nostradamus non sembrano apparire né fantapoliticafantascienza

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