Non può essere nel torto chi accoglie con il cuore e tende una mano al bisognoso. Semmai, dovrebbe sapere che ogni dare incondizionato riserva un pericolo: ritrovarsi dall’altra parte per aver troppo dato, per aver sfidato le leggi dell'economia, secondo le quali è vantaggioso dare solo se qualcosa di concreto si riceve in cambio.

Umanità, certo, umanità. D’altronde chi è così insensibile da voltarsi altrove di fronte adonne e bambini che cercano aiuto?

Davvero gli abitanti di Gorino? No, non è possibile. Non è credibile. Non è giusto pensarlo. Non ha senso pensarlo. Il problema è più complesso. Ma forse qualche dissennato analista – nel web, nei giornali, in tv – è interessato a macchiare la reputazione di gente assolutamente per bene. Non importa, ora, se per ignoranza o per goffaggine; è l’effetto che conta. Devastante. La mente umana, divenuta una trottola fuori controllo, avverte l’impeto di esprimere le proprie idee per un quarto d’ora di celebrità, abituata ormai a sputare sentenze senza ponderarne le conseguenze.

Ancora, non può essere nella ragione chi sfrutta i mali del mondo – le guerre, la miseria, le malattie, la devastazione ambientale, l’assenza di istruzione – per alimentare la macchina perversa del business su persone che scappano, che migrano, che sperano. Costoro già sanno di trovare qualcuno che li accoglierà, chiunque sia ad attenderli, va bene; sanno che non esistono confini e frontiere, che non possono i muri e i fili spinati impedirne il (de-)flusso.

Esiste una politica dell’immigrazione internazionale, con le sue strutture e unasolida rete organizzativa, che si serve di preti e di samaritani per diffondere il mito della solidarietà fraterna. Meraviglioso, poetico, suadente. Intanto, i migranti e chi li accoglie sono entrambi vittime di un meccanismo kafkiano che funziona alla perfezione… come un orologio svizzero, come una banca svizzera, come una barca libica.

Merci d’importazione i primi, stralunati buontemponi i secondi che con il cuore rattrappito si predispongono ad accogliere tutti… Coraggio, apriamo le porte di casa, offriamo le piazze e le strade delle nostre belle città. Ne abbiamo di spazio… Glielo dobbiamo, poiché qualcuno è andato in Africa durante il Fascismo – maledetti razzisti! – a depredare le loro terre. Dobbiamo rendere omaggio alla Repubblica che proclama l’eguaglianza e la libertà, al Cristo Santo che è sempre stato dalla parte degli ultimi ed è nato in una grotta; o fare come il Buddha in posizione yoga… al diavolo l’attaccamento, fanculol’egoismo; la proprietà è un furto… allora abbandoniamo le nostre terre – quelle che i nostri padri lavoravano dall’alba al tramonto e che ora ne accolgono i resti.

Al diavolo i nostri padri e i loro resti! Non è richiesto agli uomini di colore conoscere la storia; gli è richiesto sapere l’italiano… questo sì… allora, prego ci sono le nostre scuole… aperte a tutti.

E poi c’è chi s’indigna e si oppone al malgoverno. L’essere umano ridotto a rabbia. Estenuato dalla precarietà, dall’ansia e dalla depressione. Dall’infrangersi di ogni aspettativa. Dal dissolversi di ogni sogno.

Onore a chi ne comprende il disagio, dandogli un senso. A chi si espone ed è in prima linea. Attenzione, però, che non esiste la Via… esiste l’incrocio, il quadrivio, ove ci si possa incontrare senza scontrarsi; fermarsi a parlare. Ma con quali parole, poi? Oggi, nell’epoca dell’iper-comunicazione, è praticamente impossibile raggiungere un accordo in una discussione verbale, specie quando si svolge coi toni accesi dei talk show. Esisterebbe un’altra modalità comunicativa, quella dell’ascolto pacato, come condizione necessaria per comprendere le esigenze altrui. Non già il silenzio come omertà, come strategia e diplomazia, nascondimento e falsità, ma il silenzio del cuore, del gesto di accoglienza sincero di chi è generoso per natura, non può farne a meno, di chi dà senza mai nulla pretendere in cambio. Umanità, certo, umanità.

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