Mi ero chiesto il perché l'autore Luca Miniero si era andato ad impantanare in una storia come "Non c'è più religione" l'ultimo suo film ambientato tra le Tremiti ed il Gargano. La storia è molto provinciale: c'è un sindaco di un'isola a natalità zero, Cecco, Claudio Bisio, che insieme ad un suora-ristoratrice Marta - Angela Finocchiaro - decide di creare un presepio vivente che faccia da volano ad un turismo religioso che rilanci economicamente la comunità. Manca però il Gesù bambino e gli isolani sono costretti a venire a patto con la comunità islamica presente - e distante - sull'isola presieduta dall'apostata Marietto, ora Bilal, per chiedergli in prestito un bambino.
Tra i tre protagonisti c'è un legame che risale alla prima giovinezza: ma si scoprirà infra. Tra tira e molla, ricatti, si giunge quasi all'inaugurazione del presepio che riesce anche a passare il vaglio del vescovo locale - un disincantato e politicamente umile Roberto Herlitska - ma accade che un altro Gesu bambino sia in arrivo. Toccare l'argomento della convivenza tra religioni e prassi comunitarie è di questi tempi materia urticante ma Miniero va oltre: partendo da una bellissima canzone di Lucio Dalla - "4 marzo 1943 (Gesù bambino)" - che è come se fosse il vero soggetto del film, Miniero esplica quel titolo a metà tra il blasfemo e il non politicamente corretto.
Checché ne dicano i rappresentanti delle religioni ufficiali ciò che vince è la vita intesa non in un senso generico che potrebbe rimandare ad un'altra religione: ossia ad un vitalismo figlio più del commercio che di una fede autentica.
Secondo Miniero vince la laicità che è dare un senso a quello che la vita già ci dice come sentenza del giorno. La nuova Natività laica del presepio accidentale acquatico testimonia che "l'ora più dolce" della canzone di Dalla è la regola. Compito nostro è trovare una sistemazione di vita a quello che le pulsioni di Whitman hanno già determinato. I Padri si trovano, i figli si accolgono sempre e comunque.