Ospiti: il professore Nicola Gardini, la grecista Andrea Marcolongo e lo storico e critico dell’arte Vittorio Sgarbi. Veri protagonisti della puntata sono, in realtà, i due nuovi romanzi: “Viva il latino. Storia e bellezza di una lingua inutile” del primo e “La lingua geniale. 9 ragioni per amare il greco” della seconda. Grazie al punto di Paolo Pagliaro, un’analisi sempre molto accurata sugli argomenti della puntata, la rivelazione del nuovo anno è il grande successo delle due opere, che quasi fa ben sperare ai fini di una rivalutazione delle lingue morte.

Che cosa si intende per lingue morte?

È l’anacronistica “modernità” di un sistema culturale percepito impropriamente come binario, fondato sull’etica contrapposizione tra ambito scientifico ed umanistico. Si colloca in un simile contesto di degrado culturale, la coniazione dispregiativa di “ lingue morte” con la quale si fa riferimento al latino e al greco, volendo esprimere l’inadeguatezza di simili studi alla società attuale, quasi come se non se ne riconoscesse più il valore e non se ne comprendesse più il senso.

Si vanno a colpire, così, i due perni della cultura umanistica, in nome di una civiltà consumistica che privilegia quel progresso scientifico in grado di offrire risvolti pratici, di immediata fruibilità, concretizzandosi sempre più nella tecnologia. È un retaggio culturale del post-Illuminismo e della Rivoluzione Industriale, che segnò il grande discrimine tra i due ambiti disciplinari, dal quale non ci si è mai più riscattati del tutto.

Si approda, così, ad una società nella quale le Lettere vengono continuamente oscurate dalle Scienze e ne escono troppo facilmente schiacciate dal successo e dall’ agevolezza del progresso tecnologico.

Le cause del mito della Scienza ai danni delle Lettere

La scienza ha avuto il grande merito di apportare significativi risvolti alla nostra civiltà, in termini soprattutto di agi e di comodità. Ha contribuito in modo inarrestabile ed innegabile al progresso e continua a farlo ogni giorno.

Ha finalità pragmatiche. Produce risultati concreti, visibili, tangibili, oltre che veloci e soddisfacenti.

Gli studi letterari, invece, specie quelli delle cosiddette lingue morte, son lunghi e faticosi, richiedono costanza, spirito di sacrificio e grandissima pazienza e l’individuo moderno avvezzo agli agi, non sempre è disposto a sopportarne il peso. Inoltre, piuttosto che risultati concreti, visibili e tangibili, sembrerebbero comportare solo una grandissima precarietà.

L’errore è, in realtà, quello di volerli guardare con i medesimi parametri delle Scienze e di pretenderne gli stessi risultati, trascurandone la diversità, che ne costituisce lo stesso valore. Significa, quindi, non averne mai compreso l’essenza.

A cosa servono le lingue morte?

Innanzitutto, urgerebbe chiarire una differenza di fondo: mentre la Scienza è al servizio dell’uomo e del suo benessere, per le Lettere è il contrario, è l’uomo che fornisce la sua humanitas al servizio della scrittura e della memoria.

Alla luce di una simile consapevolezza delle differenze di finalità, si dovrebbero rivalutare anche le aspettative.

Al contempo, non bisogna, però, neanche sottovalutare che lo stesso uomo che fornisce la sua humanitas al servizio della scrittura e della memoria, si confronta con quelle dei suoi avi e ne trae giovamento. Riscopre, infatti, le radici più profonde della sua civiltà, dalle quali deriva la conquista di una lucida coscienza della propria identità. Un simile tipo di studi apre la mente sui rapporti di causa-effetto che regolano il pensiero dell'uomo.

Inoltre, lo studio delle lingue morte ha anche una precisa finalità pratica che si esplica nella completa padronanza della nostra lingua attuale, nell’ intima comprensione dei suoi costrutti e nelle particolarità che la regolano. Non è affatto saggio definire morte quelle lingue che continuano a vivere nell’italiano , solo perché non si è acquisita quella dimestichezza tale, necessaria a saperle riconoscere.

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