Quando sulla stampa, in particolare quella geograficamente “vicina” ad una data squadra, cominciano a diffondersi interviste ad aspiranti allenatori, il segnale non è dei più positivi per chi su quella panchina c’è già seduto. Il Torino sta guidando la classifica delle squadre “vacanziere”, ovvero quel folto gruppo di formazioni che poco dopo la boa di metà stagione si trovano già senza più un obiettivo da perseguire, perché l’Europa è troppo lontana e la salvezza o non è mai stata in discussione o è di fatto già acquisita.

La composizione del gruppone è eterogenea, ma il Toro è l’unica del “mazzo” che a inizio stagione aveva sbandierato obiettivi di alto livello. È andata come è andata, per errori diffusi di società e allenatore, né si può rimpiangere l’occasione persa in Coppa Italia, dove di default arrivano alla fine le migliori (complice anche un regolamento tutt’altro che ostile).

Torino, (im)possibile fare di più

Del resto, il progetto di dare l’assalto alle Coppe era biennale, quindi ci sarebbero tutte le possibilità per vivere l’attuale stagione come un’annata di transizione, dalla quale cogliere gli aspetti positivi e quelli negativi, senza preoccuparsi troppo se questi ultimi pesano di più su un’ideale bilancia.

Il problema però è che essere al di sotto di 6 squadre con un budget ben superiore e una rosa assai più competitiva viene visto come un oltraggio alla storia, al Grande Torino, al Filadelfia eccetera, quando invece la realtà del calcio moderno è come noto ben diversa. Magari si può discutere sul perché l’Atalanta, peraltro partita malissimo e sbloccatasi proprio all’andata contro i granata, in una gara che sarebbe diventata un manifesto della stagione del Toro, stia 10 punti davanti. Pure qui, c’è poco da dire: la rosa, se non più forte, si è dimostrata formata da giovani di valore e non semplici promesse (Kessié e non Baselli) e da giocatori di talento assai più continui (Gomez e non Ljajic). Per non parlare dei giovanissimi: la Dea ai propri ci crede da subito, il Toro (leggi Bonifazi) li manda in giro con il rischio di perderli.

Via alle candidature

Eppure, sulle colonne di “Tuttosport”, ecco spuntare un’intervista a Delio Rossi, che non si è certo nascosto in merito alla possibilità di diventare l’allenatore del Torino: “Non voglio che si creino equivoci, ma certo che mi piacerebbe allenare il Torino, che è una grande squadra che fa parte della storia del calcio e che vive di passione”. Una vera e propria dichiarazione d’amore, che al momento non scompone Sinisa, nonostante il sinistro ricordo di quanto successo a Firenze nell’autunno 2011, quando l’esonero del serbo dopo una sconfitta contro il Chievo fu seguito proprio dallo sbarco in viola di Rossi.

Sinisa, stai sereno

Il tecnico romagnolo, che in autunno ha rifiutato il Parma ed è attualmente in trattativa con nazionali africane e asiatiche, ha poi elogiato Belotti prima di tornare, inevitabilmente, sul caso Ljajic, “vittima” della “furia” di Rossi durante un celebre Fiorentina-Novara (“È un episodio che appartiene al passato, Adem è maturato”). Realisticamente oggi Mihajlovic ha oltre il 60% di restare sulla panchina del Torino nella prossima stagione, per dare continuità al “progetto” e mettere alla prova il tecnico con una rosa più completa, in particolare in difesa.

A patto però che in estate ci si guardi negli occhi e si riesca ad evitare di ripetere gli stessi errori, come quello di puntare su giocatori anarchici come lo stesso Ljajic o di affermare ai quattro venti che l’Europa sarà un obiettivo inderogabile. Con il ritorno del Milan cinese gli spazi si restringeranno ancor di più. Piuttosto bisognerà puntare a divertirsi e valorizzare i giovani. Prendere atto di questo scenario è doveroso e non può fare rima con ridimensionamento.

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