-“Personalmente credo che il Testamento biologico debba diventare realtà in un Paese civile, quale l’Italia si ritiene” sono le parole del politico Luca Zaia, ex Presidente della provincia di Treviso (dal 1998 al 2005). Il riferimento è al discutibilissimo caso di Dino Bettamin, malato terminale di Sla

, del comune di Montebelluna (Tv), che all’età di 70 anni, dopo ennesima crisi respiratoria, chiede sedazione profonda. Dopo 5 anni di malattia decide di rifiutare la nutrizione artificiale e qualsiasi altro trattamento, ad eccezione del respiratore artificiale, rimasto, invece, acceso. Viene aumentato il dosaggio del sedativo e vengono aggiunti, poi, altri farmaci, previsti dal protocollo. Muore dopo 9 giorni, il 13 febbraio 2017.

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Cos'è la sedazione profonda?

Si tratta di una pratica terapeutica legale in Italia ed in linea con la bioetica, volta a tutelare il malato terminale da dolore gratuito e fine a se stesso, quando si avvicina inevitabilmente alla morte. Condicio sine qua non è la refrattarietà di un sintomo e l’impossibilità di trattarlo. Il paziente ha la legittimità di scegliere fra le possibili scelte terapeutiche anche la desistenza terapeutica, ove vi siano trattamenti futili rispetto alle condizioni cliniche.

Dino Bettamin è il malato terminale che richiede l'eutanasia volontaria e la ottiene
Dino Bettamin è il malato terminale che richiede l'eutanasia volontaria e la ottiene

Spesso, quest’ultima è accompagnata dalla sedazione profonda, che induce il malato in uno stato di totale incoscienza, che non comporta necessariamente la morte, ma può compromettere le funzioni vitali.

Perché la sedazione palliativa/terminale non è paragonabile all'eutanasia?

Eutanasia è un termine che deriva dal greco e significa “dolce morte”. Consiste nel provocare, intenzionalmente, la morte, attraverso la somministrazione di farmaci che propriamente la inducono, qualora la vita di un paziente sia compromessa da una grave malattia o menomazione.

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La sedazione palliativa, invece, non ha la proprietà di indurre la morte, se lo fa è per le già precarie condizioni di vita del paziente ed è solo una conseguenza della desistenza terapeutica. L’inverso sarebbe, al contrario, un accanimento terapeutico.

Punti di contatto tra eutanasia e sedazione terminale

In realtà, sotto la definizione di eutanasia ricadono diverse pratiche che in modo più o meno diretto, o indiretto, inducono nel paziente la morte.

Tra questi due sono particolarmente vicine alla sedazione terminale. Si parla di eutanasia attiva indiretta quando è l’impiego di mezzi per alleviare la sofferenza a diminuire i tempi di vita. La sedazione terminale, pur non inducendo direttamente la morte, può sì, compromettere le funzioni vitali, dunque, si può considerare una forma indiretta di eutanasia. Inoltre, la stessa interruzione o omissione di un trattamento medico, necessario alla sopravvivenza dell’individuo, ricade nella definizione di eutanasia passiva.

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La morte di Dino Bettamin, rappresenta, dunque, un caso isolato in Italia di una forma – sia pure indiretta, volontaria e più lieve- di eutanasia.

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