Non è affatto strano analizzare l'incalzante scontro tra Corea del Nord e Usa sul piano mediatico, oltre che su quello militare. Aldilà degli eserciti, la nuova frontiera della comunicazione assume nell'ambito dello scontro verbale tra Corea del Nord e Usa la connotazione di una nuova artiglieria da saper utilizzare per vincere una guerra che si consuma oggi più che mai sul piano dei media, oltre che che su quello degli armamenti.

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Ne è la prova lampante la smania di twittare del presidente Donald Trump, quanto le incalzanti e spavalde dichiarazioni che hanno tessuto la rete di minacce tra il tycoon e Kim Jong un. Il nordcoreano finora è stato un avversario degno, e se adesso c'è qualcuno che vacilla sotto le minacce di un attacco militare ben preciso, questo qualcuno è proprio il presidente degli Stati Uniti, costretto suo malgrado a subire l'ennesimo sberleffo di Kim Jong un.

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Le recenti dichiarazioni di 'voler attaccare Guam il 15 agosto' seguono molte minacce che poi non si sono avverate: ma questo non toglie il fatto che possano realizzarsi. L'arsenale nordcoreano d'altronde è sempre pronto a far fuoco, e ora l'intelligence Usa è certa che i 60 ordigni atomici esistono davvero, come pronte sono le mini-testate nucleari da montare sui missili Icbm.

Addio 'leadership americana'?

A dettare un oscuro presentimento nel popolo a stelle e strisce c'è anche il sentore che la famosa leadership americana abbia subito un duro colpo d'arresto, dovuto in gran parte alla sfacciataggine di Pyongyang.

Trump, d'altronde, sembra essere destinato a stare perennemente in mezzo al bivio di una 'possibile azione da compiere: intervenire, e quindi utilizzare il nucleare, o subire le intimidazioni di un ragazzo e perdere ancor di più la credibilità, anche se ciò significherebbe evitare un disastro senza precedenti.

Ma la vittoria della Corea del Nord sta nel fatto di aver incrinato il potere di Washingotn, segnando probabilmente il punto di rottura della leadership di una delle due superpotenza uscita dalla Guerra Fredda.

Ora per Washington, la situazione si complica: l'inconsistenza della Cina non garantisce di certo agli Usa le spalle coperte, come non lo garantisce affatto il dispiegamento del Thaad, a Sonju, ora al massimo della sua potenza di fuoco.

Infatti, ciò che tutti si chiedono, è: quanti missili potrà intercettare? E siamo sicuri che non verranno colpite città come Tokyo, Seul? E saranno davvero salve dal fuoco di Pyongyang le molte città americane tra gli obiettivi di Kim Jong un?

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Trump 'non è Truman'

Intanto il danno recato all'immagine del Tycoon sembra piuttosto evidente per tutti, e i paragoni con Tuman fanno discutere più che mai la stampa americana. Taluni, infatti, sottolineano come in passato il presidente Truman non usò parole a caso, e fece sganciare sul serio le due famose bombe atomiche.

Ma, debolezza degli Stati Uniti o meno, l'opinione generale statunitense sembra aver superato l'ostilità nei confronti di The Donald, e puntato il dito più che altro sulla scarsa credibilità di Washington in ambito diplomatico mondiale.

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A poco è valsa la reazione d'orgoglio di Trump dopo le ripetute minacce del regime nordcoreano, come le ipotesi di un attacco preventivo a Pyongyang: sparata del presidente Usa quando il segretario di Stato Rex Tillerson aveva invitato ripetutamente alla calma, scongiurando per il momento l'ipotesi 'reale' di un attacco della Corea del Nord.

Ma Trump ha fatto chiaramente intendere che l'opzione 'intervento preventivo' per ora è tra le più accreditate: "Non parliamo di questo, ma vedremo cosa accadrà"; e ha rilanciato dichiarando che "le sue minacce a quanto sembra non sono state sufficiente", per poi aggiungere che "la Corea del Nord pagherà l'affronto come nessuna nazione al mondo".

Foreign Policy: 'il gioco è finito: la Corea ha vinto'

A fronte di ciò alcune delle più importanti riviste americane, come Foreign Policy, o The Atlantic, hanno sottolineato in modo deciso il declino Usa nella politica estera. Secondo la stampa Usa infatti sarebbe stata controproducente la sparata di Trump, che ha minacciato di fare "fuoco e furia", quando invece sarebbe stato più opportuno gestire meglio la situazione in un momento così delicato.

Testate come il Wall Street Jornal, invece, sembrano comprendere il presidente Usa per il suo 'colorito linguaggio', ma tuttavia pongono ugualmente l'attenzione sulla scarsa credibilità degli Usa e del suo governo.

Toni piuttosto duri nei confronti del Tycoon, soprattutto dal già citato Foreing Policy, nel quale si legge che "il presidente Trump può sbraitare quanto vuole, ma oggi l'importanza degli Stati Uniti nel mondo è meno rilevante che mai". "In altre parole" si prosegue, "il gioco è finito".

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