Pochi giorni fa, in coincidenza con l'arrivo del nostro ambasciatore Cantini al Cairo, le autorità egiziane hanno finalmente ammesso l'arresto di Ibrahim Metwally, storico avvocato egiziano che si batte da tempo per i diritti civili, cercando la verità per suo figlio (scomparso oltre due anni fa) e Giulio Regeni, in qualità di consulente e membro dell'associazione Ecrf (Egyprian Commission for right and freedom).

La scomparsa

Ibrahim Metwally era all'aeroporto del Cairo domenica 12 settembre diretto a Ginevra, invitato dalle Nazioni Unite per presentare l'ultimo dossier della sua associazione. Per tre giorni non si sono avute notizie di nessun tipo, e molti hanno iniziato ad aspettarsi il peggio sino al 13 settembre, con la conferma dell'arresto e le detenzione dell'avvocato in un carcere di massima sicurezza.

Alcune fra le varie accuse che gli sono state contestate sono fra le peggiori in Egitto, come "aver collaborato con entità straniere per sovvertire l'ordine costituzionale in Egitto" e "aver creato gruppi di persone per sovvertire il governo di Al Sisi" (accuse per le quali è prevista anche la pena di morte).

Al Momento è confermata una detenzione preventiva di 15 giorni.

Il Governo italiano

Durante l'audizione del 12 settembre scorso al Copasir, Paolo Gentiloni non ha fatto menzione della scomparsa dell'avvocato italiano e a tutto'oggi non risultano dichiarazioni ufficiali sia sue che della compagine governativa.

La cosa risulta ben strana, tenendo conto delle numerose precisazioni rilasciate in questi giorni sia dal presidente del consiglio stesso che da altri esponenti governativi, in primis il ministro degli Esteri Angelino Alfano.

Anche non tenendo conto del ruolo professionale svolto da Ibrahim Metwally nella vicenda di Giulio Regeni, risulta impossibile scindere il caso del nostro connazionale dal più ampio contesto dei più elementari diritti umani negato al momento dal governo di ʿAbd al-Fattāḥ Saʿīd Ḥusayn Khalīl Al Sisi.

Ricordare e scordare

Non crediamo sia possibile ottenere la verità sul caso di Giulio Regeni senza passare verso un più ampio riconoscimento dei diritti umani in Egitto mentre questo, al momento, sembra l'atteggiamento del governo italiano.

La sensazione che si percepisce è quella della speranza nell'italico oblio, confidando che alcune titolazioni al nostro ricercatore, torturato ed ucciso in Egitto, siano sufficienti.

Riteniamo quest'ottica nefasta e ci auguriamo il contrario.

Che il governo italiano (se non questo, pregno d'ignavia, il prossimo) si faccia promotore verso l'Unione Europea di una vera e propria campagna per il riconoscimento dei diritti civili non solo in Egitto ma in tutto il Nord Africa.

Altrimenti un'eventuale "verità per Giulio Regeni" risulterà essere di comodo, e questo non ci interessa.

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