Nella società di oggi, ben definibile come società dell’informazione, si può avere accesso a una quantità di materiale informativo inimmaginabile. Tuttavia una maggiore possibilità di accesso non si traduce immediatamente in una migliore qualità dell’informazione, e soprattutto a una sua varietà. Oltre alla quantità è subentrata un’ampia possibilità di scelta: non è più necessario essere esposti a tipologie di notizie non richieste o a cui non si è interessati.

Da un lato questo può rappresentare un notevole risparmio di tempo, ma dall’altra limita fortemente la formazione culturale, politica e sociale dei cittadini.

Cass Sunstein e la critica al 'Daily Me'

Grande è la contraddizione nella svolta epocale che ha coinvolto il mondo delle comunicazione, ed è stata colta dallo studioso di diritto Cass Sunstein. E’ sempre più spesso possibile creare edizioni personalizzate di notizie online, operando una selezione sulla base dei propri interessi.

Il consumo personalizzato delle notizie e delle informazione tuttavia limita apertamente il confronto e l’esposizione a materiale appartenente a visioni del mondo differenti. Il risultato è quello di creare una situazione di stallo in una struttura democratica, poiché per la democrazia è necessario avere esperienze condivise che fungano da collante sociale. Ciò non si traduce immediatamente in omologazione del pensiero, ma quantomeno getta le basi per una comunicazione sociale che prenda spunto da esperienze comuni da cui poi si ramifichino le varie forme del pensiero.

L’assenza di una base comune di esperienze e di sapere implica, sulla scia del già imperante individualismo, una frammentazione sociale di difficile gestione. Nonostante una selezione delle informazione avvenisse già prima del digitale (si sceglieva che quotidiano o rivista comprare, quali articoli leggere, che trasmissioni guardare), l’evoluzione tecnologica ha portato a una pre-selezione che impedisce di fatto l’esposizione a contenuti di altro tipo.

Viene adoperata una selezione una tantum che rischia però di far fossilizzare l’individuo sulle sue convinzioni e sulla sua conoscenza senza possibilità di crescita o di apertura.

Cittadini o consumatori?

Inoltre l’adesione a determinati ambienti, digitali o non, in assenza di altre forme di confronto, può portare al fenomeno della cosiddetta polarizzazione di gruppo, ovvero il risultato di ciò che accade in un confronto tra persone pensanti alla stessa maniera, o perlomeno nella stessa direzione, di frequente è una radicalizzazione ed estremizzazione delle opinioni preesistenti.

Il nodo cruciale della questione si trova nella differenza concettuale che esiste tra consumatore e cittadino. Oggi come oggi l’informazione viene consumata, così come la maggior parte dei contenuti culturali, oltre ai classici beni di consumo. Il cittadino però, alla luce dei suoi diritti ma anche dei suoi doveri, è tenuto a sacrificare parte della ‘comodità’ da consumatore, in questo caso la mancata esposizione a materiale ritenuto non essenziale, per svolgere al meglio la sua funzione democratica.

Il potere incontrastato di filtrare le informazioni con cui si viene in contatto non è sinonimo di libertà assoluta, così come l’esposizione alle informazioni non desiderate non è sinonimo di coercizione. Non serve per forza accedere ai siti dei gruppi editoriali per trovarsi di fronte alle personalized news, già l’assiduo utilizzo dei social network sites , con la relativa adesione a gruppi e pagine social, porta gli utenti a confrontarsi solitamente con chi ha pareri simili, con le estremizzazioni conseguenti, oltre alla quantità innumerevole di fake news. Un po’ più di consapevolezza nell’utilizzo di tali piattaforme porterebbe sicuramente a un beneficio collettivo.

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