L’attentato di Barcellona, avvenuto a distanza di più di 13 anni dall’ultima strage di matrice jihadista di Madrid (episodio che vide perdere la vita 192 persone), ha scatenato un turbine di reazioni differenti. Sinistra e destra hanno iniziato a declamare i loro consueti slogan mentre sconforto e rabbia sono montati sui social media. Quello che sembra mancare, in effetti, è un’analisi attenta e lucida dell’accaduto: occorre tentare di andare oltre l’inevitabile e potente impatto emotivo del momento e tentare di sezionare gli avvenimenti per cercare di comprendere cosa sia accaduto.

L’episodio tocca da vicino tutti gli europei, compresi noi italiani: tra i 14 morti sono stati vittime dell’attentato anche due nostri concittadini.

Per comprendere il gesto e le motivazioni di un attacco terroristico del genere occorre conoscere il retroterra storico e culturale degli attori in gioco. Parliamo però prima dell’attentato in sé e le modalità con cui si è svolto.

Morte sulla Rambla

L’attacco di Barcellona è solo l’ultimo di una lunga serie in territorio europeo. In questo caso non si tratta di un’azione di un lupo solitario: i terroristi erano molti, organizzati e strutturati. Pare che in tutto gli uomini fossero otto, ognuno dei quali, si può supporre, condividesse certi valori con svariate altre persone.

Si può quindi teorizzare che sul territorio ci siano svariati altri potenziali terroristi, o per lo meno molte altre persone che ne condividano valori e motivazioni e che possano essere disposti a supportare eventuali stragisti. I terroristi hanno investito una folla

con un furgone preso a noleggio: una modalità ormai tristemente nota ed estremamente semplice ed efficace.

Pare in ogni caso che questo fosse il “piano B”: lo scopo iniziale dei jihadisti sarebbe stato quello di far esplodere il furgone caricandolo con bombole di gas, stratagemma poi andato in fumo probabilmente per qualche tipo di errore che ha fatto in modo che, fortunatamente, i danni siano stati più limitati. Un altro furgone era stato noleggiato per tentare la fuga.

Un nuovo attentato era stato programmato per la notte a Cambrils ma è stato fortunatamente sventato senza vittime civili: la polizia ha però ucciso i 5 terroristi dotati, a quanto pare, di finte cinture esplosive e che sono riusciti ad investire alcune persone (causando fortunatamente solo pochi feriti) prima di essere fermati. Ad affermare che tra i due eventi ci sia un collegamento è stato Joaquin Forn, il ministro degli interni della Catalogna. Quattro uomini di origine maghrebina sono stati arrestati.

L’obbiettivo degli attentatori era semplice: uccidere il maggior numero di persone possibile. Sono stati trovati svariati messaggi di odio e di incitazione all’uccisione degli infedeli sui profili social dei sospettati.

Ma quali sono, quindi, le motivazioni profonde di questi assassini e da dove provengono le loro ragioni?

Radici profonde

Occorre fare un salto di alcuni secoli. La Spagna fu terra di conquista islamica fin dall’ottavo secolo e la cristianità riuscì a riprendere il controllo della penisola iberica solo alla fine del quindicesimo secolo con la Reconquista. Questo fa sì che dal punto di vista degli estremisti islamici la Spagna sia un territorio che dovrebbe essere legittimamente sotto il controllo dei musulmani e che i cristiani occupanti ne vadano scacciati con qualsiasi mezzo. La Spagna non è l’unico territorio non più in mano musulmana: basti pensare a varie porzioni del meridione italiano e dei Balcani, un tempo conquistati dalla guerra santa islamica (i turchi giunsero fino alle mura di Vienna).

Lo Stato Islamico, seppur in crisi, può quindi, dal suo punto di vista, chiedere legittimamente ai suoi adepti di spargere il terrore in queste zone, anche con più naturalezza che in altre (come Francia e Inghilterra), date le ragioni storiche e le deformazioni applicabili al diritto musulmano. La Spagna, come altri luoghi, era luogo di nascita degli antenati di molti musulmani, che ora dunque gli islamisti radicali sentono di poter chiedere indietro e togliere di mezzo gli infedeli che vi abitano in base al principio di vendetta: l’ISIS ha infatti immediatamente rivendicato l’attentato. In base a una visione distorta della fede e della storia la Spagna è loro di diritto.

Il futuro del jihadismo in Europa

L’attentato di Barcellona pone ancora una volta gravi interrogativi e problemi politici che andrebbero fronteggiati al più presto. È infatti estremamente realistico e probabile pensare che gli otto attentatori facciano parte di una rete di condivisione e supporto ben più ampia e potenzialmente pericolosa. Occorre dunque riflettere sui rischi e i pericoli per il futuro, soprattutto a lungo termine. Il numero di musulmani in Europa è infatti destinato ad aumentare ed è così destinato ad aumentare il rischio di isole di estremismo islamico, facendo impennare la scala dello scontro: secondo la visione di alcuni musulmani la religione non è semplicemente un fatto privato ma una vera e propria forma di ordinamento sociale, non separabile dalla politica.

Una visione in netta contrapposizione a quella occidentale, che non potrà che alzare il livello dello scontro se la classe politica europea non riuscirà a trovare presto delle soluzioni agli svariati problemi che la contemporaneità pone.

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