Bill Emmot, storico direttore dell'Economist che schierò il suo quotidiano a favore dell'abolizione della monarchia nel Regno Unito e che definì Silvio Berlusconi come un politico "inadatto a governare", ha dichiarato che solo un'ipotetica invasione della Corea del Nord da parte della Cina potrebbe mutare lo scacchiere del mondo asiatico. Uno scontro nucleare con gli Stati Uniti provocherebbe solamente un disastro, a detta del giornalista: l'unica soluzione che potrebbe in qualche modo garantire alla Corea del Nord una sopravvivenza sarebbe la sua totale sottomissione alla Cina.

Un radicale mutamento di regime, quindi, sarebbe la scelta vincente per Pyongyang, ha affermato Emmot. Drastico cambiamento realizzabile solamente attraverso la minaccia di un attacco militare, altrimenti i nordcoreani non avrebbero alcun interesse a disobbedire. Sanno sin troppo bene, infatti, che l'unica punizione per loro sarebbe la morte. Se si escludesse a priori un colpo di stato, quindi, rimarrebbe solamente l'invasione militare da considerare: la Cina conquisterebbe in questo modo una grande influenza sulla penisola tentando di aprire le proprie basi al Nord e questo potrebbe comportare una drastica riduzione del peso geopolitico degli USA nel territorio, fulcro di un possibile declino dell'influenza americana sul Pacifico.

Corea del Nord obiettivo non solo degli USA

La Corea del Nord, secondo il direttore dell'Economist, non rappresenterebbe, quindi, un obiettivo solamente per gli Stati Uniti. E' sbagliato, infatti, definire e considerare la Cina una strategica alleata, addirittura quasi amica di Pyongyang: la relazione tra le due deriverebbe da un'eredità della Guerra Fredda di cui la Cina, tuttora, non potrebbe fare a meno per ragioni puramente strategiche.

Tuttavia, secondo il serbatoio di pensiero americano The National Interest la Cina, ad oggi, non potrebbe permettersi di iniziare un conflitto, anche solo economico, con gli USA per difendere il regime di Pyongyang. Le conseguenze, infatti, sarebbero troppo elevate; basti pensare che Pechino vanta con Washington e Seul un import-export pari a circa 835 miliardi di dollari.

Ma la sconfitta della Cina non riguarderebbe solamente la sfera economica poiché entrerebbe subito in gioco la disfatta della Cina dal punto di vista politico: da potenza leader della globalizzazione alternativa a potenza conservatrice di regimi totalitari e poteri locali antidemocratici. L'unica possibilità per la nazione cinese, quindi, secondo il National Interest, sarebbe quella di un intervento militare diretto nel conflitto volto a limitare i danni derivanti da un possibile collasso del regime nordcoreano.

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