Il confronto tra Renzi e Di Maio avrebbe dovuto rappresentare l’inizio, quantomeno ufficioso, della campagna elettorale in vista delle elezioni previste per la primavera del 2018.

Come è noto, però, il candidato premier pentastellato ha preferito sottrarsi allo scontro.

Strano, visto che lo stesso Di Maio, millantando accordi di spartizione della regione Sicilia e dell’Italia, aveva richiesto un confronto in tv dopo il 5 novembre. Le condizioni era state accettate in toto dal segretario dem, ma, alla fine, il vice presidente della Camera si è tirato indietro.

Le motivazioni? Sfuggenti quanto inadeguate. Di Maio, dopo il voto siciliano, ha tratto, troppo superficialmente, una conclusione: Matteo Renzi non sarà il candidato premier del PD.

Un’opinione certamente legittima, ma che ha più i connotati di una previsione, la quale, proprio perché tale, non è detto che si realizzi.

Qualsiasi persona fosse stata tirata in ballo da Di Maio non avrebbe avuto la sicurezza di essere il candidato premier del Pd alle prossime elezioni; è quindi evidente come la mossa del Movimento sia stata, come sempre, indirizzata alle sensazioni di “pancia” dei cittadini e volta ad alimentare rabbia verso il segretario dem.

Già, però Renzi si è presentato all’appuntamento, ricordando come non è opportuno, soprattutto per un candidato alla presidenza del consiglio, fissare (per non dire imporre) un appuntamento e poi non presentarsi.

L’intervista di Floris parte proprio da questo primo punto. Il giornalista, cercando di pungolare Renzi, anche correttamente per mantenere vivo l’interesse, chiede al segretario se il comportamento di Di Maio non rispecchiasse quello tipico di un politico, consapevole della sua forza, il quale rifugge da un confronto con l’oppositore sostenuto da un consenso minore.

Il richiamo, esplicitato dal conduttore di “diMartedì”, è indirizzato alle richieste di confronto fatte da Salvini e non accettate da Renzi.

È facile però rendersi conto di come le situazioni siano ben diverse. In questo caso il “duello” era stato accettato e programmato.

Superati i convenevoli, il discorso scivola immediatamente sullo stato di salute del PD.

L’onestà nel riconoscimento della sconfitta siciliana apre il discorso sulle prospettive di voto per le elezioni del 2018. I sondaggi sono abbastanza chiari: la percentuale di elettori PD si attesta intorno al 25%. La fiducia in se stesso, però, non è una qualità che ha mai difettato in Renzi. Lo ricorda egli stesso quando menziona i dati delle ultime europee e del referendum costituzionale.

L’obiettivo è il 40%, dichiarato. Un anno fa circa 13,5 milioni di elettori hanno votato SI alla riforma costituzionale. Ipotizzando che 3,5 milioni possano non essere elettori PD, la base da cui partire dovrebbe essere decisamente consistente.

Naturale poi l’argomento scissione. Difficile, secondo l’ex premier, ricucire il rapporto con coloro che sono confluiti in Mdp. Se le richieste di D’Alema sono quelle di vedermi bruciare, ironizza Renzi, è complicato poter trovare un accordo.

E in effetti, al di là dell’ironia, sembra assai arduo che la coalizione di centrosinistra, alle prossime elezioni, possa vedere insieme i due partiti. Altrettanto complesso, però, è trovare alleati seri e con un bacino elettorale cospicuo.

Ci sarà da lavorare per il PD. Il segretario dem punta forte su quanto di buono fatto nel periodo di governo. A Floris ricorda i numerosi posti di lavoro creati grazie al Jobs Act, la “buona scuola”, la legge sulle unioni civili, il “dopo di noi” e tutto il resto.

La controparte gli oppone un’eccessiva personalizzazione del partito e della politica dello stesso. Benchè Renzi riconosca, velatamente, che possa essere stata una delle principali cause di sconfitta al referendum, non ritiene che i cittadini italiani siano così ciechi da esprimere un voto “di protesta” verso un segretario, senza valutare i contenuti delle proposte.

Stando all’ex premier, e ai risultati di elezioni più o meno recenti da lui citati (Livorno su tutti), è la credibilità dei candidati e la solidità del programma che permette di vincere. Ovvio, però, che la comunicazione, la propaganda e il lavoro del partito a sostegno del candidato siano elementi fondamentali senza i quali è difficile avere appeal elettorale.

Si toccano, quindi, numerosi argomenti. Impossibile scendere nei dettagli di ognuno, ma i punti fermi della politica di Renzi e del PD sembrano essere ancora lì, saldi. L’entusiasmo anche non appare scemato. Forse è più cauto, ora, il segretario dem. E come potrebbe essere diversamente dopo la vorticosa altalena degli ultimi tre anni.

Gli avversari sono lì alla finestra, destre e populisti. I primi con un’alleanza che hai i numeri, ma non, forse, la coesione e la lungimiranza necessaria. I secondi dovrebbero riuscire a dare solide fondamenta a un programma fatto per lo più di proteste, illazioni, urla e accuse.

Il terreno di combattimento è pronto. Le sciabole si stanno affilando. Ci attendono mesi intensi in attesa di capire chi, ma soprattutto come, riuscirà a spuntarla e a governare per i prossimi 5 anni.

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