Chi si aspettava di leggere nomi e cognomi è rimasto deluso. Nella relazione della Commissione parlamentare antimafia sugli elenchi sequestrati alle logge massoniche in Calabria e Sicilia, le identità personali sono rimaste protette in conformità alla legge sulla Privacy. Ed è questo uno dei punti su cui si accalora maggiormente la presidente della Commissione, Rosy Bindi: "Pensate, è possibile rendere noto il nome di un condannato per mafia e non quello di un massone, neanche quando ricopre incarichi di funzionario pubblico".

Le indagini sulla mafia hanno dato il via all'inchiesta parlamentare

Il tutto nasce da alcune inchieste nel 2016 dove si intravedevano intrecci fra organizzazioni mafiose, in particolare 'Ndrangheta e Cosa Nostra, con la massoneria. La Commissione prima chiese e poi sequestrò gli elenchi degli iscritti alle logge delle quattro maggiori Obbedienze riconosciute nelle due regioni coinvolte. La Campania venne tenuta fuori, poiché come ha precisato la stessa presidente Bindi, "non esistevano elementi oggettivi da cui partire".

L'obiettivo dei lavori è stato quello di accertare se esisteva una doppia sponda fra le due organizzazioni. Se questo è avvenuto, lo spiega ancora Rosy Bindi: "Non esiste un unicum fra mafia e massoneria, ma abbiamo riscontrato in alcuni casi un interesse della mafia verso la massoneria con una arrendevolezza da parte di quest'ultima e comunque con un rapporto di interesse convergente fra le due realtà.

E non stiamo parlando di logge deviate".

In termini di numeri, su 17.000 nominativi presi in esame, 193 sono risultati coinvolti in vicende processuali o interessati da procedimenti di prevenzione, giudiziari o amministrativi. Nella relazione si precisa, tuttavia che gli elenchi sequestrati si sono "rivelati incompleti, o quanto meno sprovvisti, in molti casi (pari a circa il 17,5% del totale) di tutti i dati identificativi, propri di un’anagrafe degli appartenenti all’organizzazione”.

La versione del Gran Maestro del Goi

"Questa relazione è un ritorno al passato - ha affermato il Gran Maestro del goi, Stefano bisi - quando nel 1925 venne approvata una legge che era contro la Massoneria e contro la libertà di associazione. Solo Antonio Gramsci capì la gravità di quanto avveniva". Poi entra anche nel dettaglio dei 193 nomi e afferma: “La stessa Commissione dice che molti di questi sono stati assolti, altri prosciolti, alcuni sono perfino deceduti. Alla fine chi rimane?”

Chi rimane lo dice la Commissione: “I condannati per associazione mafiosa piena sono 6, mentre altri 8 sono invischiati in reati di traffici di stupefacenti, ricettazione, falso, bancarotta e altro ancora.

La presidente Bindi, però, dice qualcosa di ancora più importante. I lavori della Commissione si sono concentrati sulle convergenze di interesse fra mafia e massoneria solo in queste due regioni d’Italia, ma in realtà andrebbero estese a tutto il territorio nazionale e anche ad altre tipologie, come per esempio i “reati spia”. E si augura che possa essere un’eredità – e una sfida – da lasciare alla prossima Commissione parlamentare antimafia. Esattamente come una sfida sarà quella di modificare la legge sulla segretezza, puntando il dito contro la legge Spadolini che fu emanata nel 1982 per rendere attuativo l’articolo 18 della Costituzione e sciogliere la loggia P2 considerata un’associazione che perseguiva un fine illecito.

Secondo Bindi, invece, le associazioni segrete vanno vietate, in quanto tali, anche quando perseguono fini leciti, poiché sono pericolose per la democrazia. Ma riconosce alla Massoneria un ruolo importante in alcuni momenti critici della storia dell’Unità d’Italia.

Il nodo della segretezza

La Commissione è andata a scandagliare anche quanto è successo in passato, soprattutto in alcune logge che sono state sciolte, concentrandosi in particolare sulla ‘Rocco Verduci’, dove la Direzione Investigativa Antimafia aveva riscontrato che fra i venti componenti, gran parte dei quali sono ora in sonno o espulsi (altri invece sono ancora iscritti nel Goi o in altre logge dell’alto ionico reggino, cinque risultano collegati con soggetti aventi precedenti per associazione mafiosa, altri due invece pregiudizi per riciclaggio di proventi e uno per estorsione”.

La loggia fu poi chiusa, aperta e di nuovo chiusa, consentendo però – come è scritto nella relazione – a quegli stessi ‘fratelli’ malavitosi iscritti alla Rocco Verduci di chiedere l’affiliazione ad altra loggia della stessa circoscrizione.

“I nomi dei “fratelli” coinvolti – sostiene ancora Stefano Bisi – non sono stati fatti neanche a noi. Io mi sono messo subito a disposizione della Commissione. Ma quando sono stato convocato, mi sono sentito dire ‘noi vogliamo i nomi e lei ce li deve dare’; questo non è un rapporto di collaborazione per combattere le infiltrazioni mafiosi che possono esserci in qualsiasi organizzazione umana anche della repubblica italiana”.

E sempre sulla segretezza aggiunge un particolare: “Tra pochi mesi entrerà in vigore un codice europeo per la privacy che è ancor più restrittivo di quello italiano. Siamo in Europa oppure vogliamo stare fuori dall’Europa?”

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