Il 27 ottobre l’ospedale milanese ha dato il via libera per la sperimentazione di una terapia che stimola l’intervento di ‘cellule spazzino’ contro le placche amiloidi, ammassi di sostanze proteiche anomale presenti nel cervello dei malati di Alzheimer che intaccano la comunicazione tra le sinapsi causando la morte dei neuroni. Una terapia farmacologica, quindi, che mira ad eliminare una delle cause della demenza e che sarà applicata a pazienti al primo stadio della malattia, momento in cui i danni ancora non hanno compromesso in maniera decisiva le loro funzioni neurologiche.

Una malattia che colpisce sempre più persone

Il trattamento si avvale dell’utilizzo di un anticorpo (l'ADUCANUMAB), che ha il compito di stimolare le cellule immunitarie (microglia) ad intervenire contro le placche celebrali che occupano il cervello del malato, potenziando così l’efficienza del sistema di smaltimento di rifiuti celebrali. I numerosi sintomi invalidanti del morbo d’Alzheimer, colpiscono circa 800.000 persone in Italia e l’allungamento della vita media potrebbe provocare un aumento del numero di malati.

Si parla infatti di una malattia degenerativa del sistema nervoso, che generalmente fa il suo esordio in età presenile ma che può manifestarsi anche prima. 

Le terapie attuali

Al momento non esistono trattamenti in grado di guarire dalla malattia, ma solo attenuare la sintomatologia e rallentare il suo processo degenerativo, come sostiene il dott. Sandro Iannacone, Primario di riabilitazione Specialistica – disturbi Neurologici, Cognitivi e Motori del San Raffaele in un’intervista su Huffington Post.

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Salute

Le terapie farmacologiche attuali infatti, possono avere effetti sulla memoria aumentandone i livelli ma per un periodo circoscritto compreso tra i sei mesi e i due anni. Oppure quelle che si avvalgono di metodologie riabilitative cognitive sono in grado di apportare miglioramenti nelle performance, agendo però solo sulle parti del cervello non ancora colpite dalla malattia.

Gli step della sperimentazione

Il trial clinico in avvio, che coinvolge strutture ospedaliere di Roma, Milano, americane, canadesi e australiane, si dividerà in due fasi e interesserà un campione di volontari che parallelamente porteranno avanti una terapia sintomatica standard.

A metà dei volontari verrà somministrato il nuovo farmaco, mentre al restante 50% un placebo. La prima fase si concluderà dopo un anno e mezzo, momento in cui si distingueranno i pazienti che hanno assunto il farmaco da chi no, per concludere l’iter con l’intero campione che avrà ricevuto il farmaco. I primi verdetti saranno disponibile dopo un periodo di due anni.

L'importanza della prevenzione

Risultati che alimentano le speranze di guarigione ma che non distolgono e non devono distogliere l’attenzione da accorgimenti preventivi da mettere in atto.

Allenare abitualmente le proprie capacità intellettive è uno dei modi più funzionali per resistere alla malattia e ridurre la probabilità di comparsa della demenza. Così come seguire una dieta mediterranea diminuisce il rischio di malattie cardiovascolari spesso concomitanti con l’Alzheimer, e una corretta attività fisica contribuisce a mantenere le funzioni cognitive.

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