I successi schiaccianti e il dominio di Tadej Pogačar al Tour de France continuano a far risuonare, per riflesso, anche le ombre del passato del ciclismo. A finire di nuovo sotto la lente d'ingrandimento dei media internazionali è Mauro Gianetti, oggi CEO della corazzata UAE Team Emirates, chiamato a fare i conti con gli spettri della sua precedente vita da dirigente.
In una lunga e accorata intervista rilasciata a L'Équipe, il manager svizzero è tornato a parlare apertamente degli anni alla guida della Saunier Duval, segnati dagli scandali di doping che coinvolsero corridori come Riccardo Riccò, Leonardo Piepoli e Juan José Cobo.
La posizione di Gianetti sul suo passato è netta: "Sono stato una vittima in tutta questa storia".
Il caso Riccò e il grande errore: "Mi hanno ingannato"
Ripercorrendo la sua carriera manageriale durante quello che è stato uno dei periodi più bui della storia del ciclismo, Gianetti riconosce l'errore di valutazione iniziale, ma respinge con forza qualsiasi complicità strutturale con le pratiche illecite dei suoi atleti.
"Il mio errore più grande è stato ingaggiare certi corridori e portarli nella mia squadra. Ho riposto la mia fiducia in persone che alla fine mi hanno solo ingannato."
A supporto della propria buona fede, il manager elvetico ha citato proprio l'ingaggio di Riccardo Riccò, ricordando come il team avesse preteso garanzie ufficiali prima di metterlo sotto contratto.
Secondo quanto dichiarato da Gianetti, fu la stessa UCI (l'Unione Ciclistica Internazionale) a fornire la documentazione che attestava come il corridore emiliano avesse, di natura, un valore di ematocrito superiore al limite del 50%.
"Ho persino presentato una denuncia formale in Italia contro quei corridori che, con le loro azioni, mi hanno fatto perdere sponsor di primaria importanza e hanno gravemente danneggiato la mia reputazione professionale."
Il rapporto con la stampa e la difesa del team
Guardando indietro al modo in cui affrontò le tempeste mediatiche di quegli anni, Gianetti ammette qualche rammarico sulla gestione della comunicazione, spiegando tuttavia quali fossero le sue priorità in quel momento drammatico:
La priorità aziendale: "All'epoca la mia unica preoccupazione era proteggere il posto di lavoro e il sostentamento di tutti i dipendenti del team, non difendere la mia immagine pubblica."
Il mea culpa sui media: "Riconosco che avrei dovuto reagire diversamente. Avrei dovuto essere più chiaro con la stampa fin da subito e spiegare fermamente che la vera vittima ero io."
Alla domanda su come sia stato possibile non accorgersi di ciò che accadeva all'interno della squadra, Gianetti ha risposto con una metafora:
"Non possiamo sapere cosa fanno i nostri figli quando sono chiusi nelle loro camerette.
Allo stesso modo, un team manager non può controllare ogni singolo movimento o scelta che i corridori compiono quando si trovano a casa loro."
Un passato che ritorna (ma il capitolo è chiuso)
Nonostante siano trascorsi quasi vent'anni, le domande sulla carriera di Gianetti continuano a riaffiorare periodicamente. Sul finire dell'intervista si è accennato anche ad un'inchiesta di Radio France che aveva ritirato fuori l'episodio del suo ricovero risalente al 1998; un argomento che lo svizzero ha preferito non riaprire, definendolo seccamente come "una questione strettamente personale".
Oggi Gianetti guarda avanti, saldo alla guida della squadra che sta riscrivendo i record del ciclismo moderno con Pogačar, ma con la consapevolezza che per superare definitivamente i sospetti del pubblico serva continuare a rispondere con la massima trasparenza.