Il Tour de France è arrivato sui Pirenei e, dopo appena sei tappe, ha già emesso verdetti che sembrano definitivi, lasciando gli avversari storditi e senza parole. La frazione del Tourmalet, dominata da Tadej Pogačar con una forza devastante, non ha solo ridisegnato la classifica, ma ha messo a nudo la durissima realtà con cui devono fare i conti tutti gli umani del gruppo. Tra questi c'è Ilan Van Wilder.
Il ventiseienne belga della Soudal Quick-Step si sta misurando quest'anno per la prima volta con le fatiche e le pressioni della classifica generale, con l'obiettivo concreto di costruirsi un piazzamento nella top 10 finale.
Ma la sesta tappa, terminata a Gavarnie-Gèdre, è stata un vero e proprio bagno di realtà. Nonostante un solido 14° posto di tappa che gli permette di occupare la 14ª piazza anche nella classifica generale, le parole del belga nel dopo corsa sono un mix di totale sfinimento e sincera incredulità.
«Sull'Aspin ritmo rovente, sul Tourmalet velocità fuori dal mondo»
Van Wilder non ha cercato scuse, offrendo un'analisi lucida e cruda di cosa significhi stare in gruppo quando la UAE Emirates decide di fare sul serio:
«È stato davvero terribile. Faceva di nuovo molto caldo e fin dall'inizio sono andati a tutta velocità per la fuga, che però non è mai partita. All'improvviso ci siamo ritrovati ai piedi del Col d'Aspin.
In quel momento capisci che la tua giornata è rovinata, che soffrirai fino alla fine».
La strategia della squadra di Pogacar ha raso al suolo ogni tentativo di gestione delle forze, intensificando il ritmo chilometro dopo chilometro.
«Sull'Aspin il ritmo era già rovente e il gruppo si è subito scremato. Poi, sul Tourmalet, sono partiti con una velocità stranamente alta, un ritmo che non riuscivo proprio a digerire. Ho dovuto fare una scelta: ho preso il mio passo e fortunatamente, salendo regolari, ho raccolto un numero sorprendente di corridori. È così che sono rientrato prima sul gruppo di Pidcock e poi su quello di Carapaz».
Il dubbio sulle tre settimane e l'incredulità per Pogačar
Se da un lato la gestione dello sforzo ha permesso a Van Wilder di limitare i danni ed essere ancora pienamente in corsa per i suoi obiettivi, dall'altro la durezza della corsa instilla i primi dubbi di tenuta sulla lunga distanza.
«Tutto sommato è stata una giornata discreta, ma non so se riuscirò a fare questo tipo di sforzi per tre settimane di fila. È un'esperienza totalmente nuova per me», ha ammesso con grande onestà.
Ma è quando lo sguardo si sposta sul dominatore del Tour che le parole di Van Wilder fotografano il sentimento comune a gran parte del plotone: lo sconcerto.
«Non capisco. Faccio davvero fatica a comprendere come si possa essere così dominanti. E poi i 40 chilometri in solitaria di Pogačar... Non riesco a capacitarmene, è un risultato fantascientifico. Se non avrà sfortuna, il Tour per la vittoria finale è già chiuso. Temo che per noi e per tutti gli altri sarà lo stesso copione anche quest'anno».
Le dichiarazioni del corridore della Soudal Quick-Step aprono una finestra sul ciclismo di oggi: un livello così alto che persino un atleta da top 15 mondiale, autore di una prestazione maiuscola in una delle tappe più dure dell'anno, si ritrova a commentare le imprese dei primi con lo stupore di un semplice tifoso davanti alla televisione.