Il ciclismo sta vivendo una fase di straordinaria popolarità, ma dietro la facciata di uno sport che molti definiscono in piena età dell'oro si cela una crisi economica e strutturale profonda. A scuotere il dibattito è l'intervento di Fabian Wegmann, ex professionista per 15 anni e oggi organizzatore (tra gli eventi figurano il Giro del Münsterland e la collaborazione al Deutschland Tour con ASO), che ha acceso i riflettori su un tema spinoso: il costo vertiginoso degli standard di sicurezza imposti dall'UCI rischia di spazzare via la stragrande maggioranza delle corse.

La protesta dei corridori e i drammi in strada

Il grido d'allarme sulla sicurezza non nasce nel vuoto. Nelle ultime stagioni, e in particolare negli scorsi mesi, la situazione è precipitata. Le proteste messe in atto dai corridori – come quella inscenata prima della partenza dell'ultimo Il Lombardia, guidata da big del calibro di Remco Evenepoel – evidenziano un malessere profondo e inaccettabile.

Le tragedie e i pericoli si sono susseguiti con troppa frequenza:

  • La tragica morte di Finlay Tarling al Volta a Portugal in agosto, che ha segnato profondamente la comunità ciclistica.

  • L'episodio alla Tre Valli Varesine, dove un motociclista della polizia avrebbe viaggiato contromano, provocando il pauroso incidente dei corridori della Pinarello-Q36.5.

  • La presenza costante di veicoli estranei lungo le strade aperte, che trasformano la competizione in un pericolo costante.

"Non possiamo continuare ad accettare il fatto che i ragazzi si facciano male e muoiono letteralmente mentre fanno ciò che amiamo di più", ha tuonato Evenepoel, sintetizzando il pensiero del gruppo.

L'altra faccia della medaglia: il punto di vista degli organizzatori

Dall'altra parte della barricata ci sono gli organizzatori, stretti tra l'incudine delle richieste di sicurezza dell'UCI e la dura realtà dei bilanci.

"Puoi creare standard, e le gare devono ascoltarli. Ma, parlando dal punto di vista dell'organizzatore, è dannatamente costoso, giusto?" ha spiegato Wegmann nel podcast di Road.cc. "Il 90% delle gare non fa nessun guadagno. Se alzi lo standard così in alto, non avrai più gare. Non funziona."

Il problema principale risiede nella natura stessa del ciclismo: uno sport che si sviluppa su strade aperte e non all'interno di uno stadio blindato. A complicare ulteriormente il quadro c'è la diminuzione del supporto statale e delle forze dell'ordine, soprattutto nelle corse minori.

  • Il fattore polizia: Nel passato al Deutschland Tour si contavano fino a 40 moto della polizia; oggi il numero si è dimezzato perché le autorità considerano la scorta alle gare non più un compito primario.

  • Risorse inarrivabili: Il Tour de France può contare su una macchina imponente con circa 30.000 poliziotti dislocati sul percorso. Uno sforzo economico e logistico impossibile da replicare per le corse minori o in altre nazioni.

  • Costi di gestione: Solo per il Münsterland Giro, Wegmann gestisce circa 1.200 persone retribuite tra personale e sicurezza, rendendo il bilancio economico un esercizio di sopravvivenza.

L'equilibrio impossibile

Il ciclismo si trova oggi di fronte a un bivio drammatico. Da un lato c'è l'esigenza inderogabile di tutelare la vita e l'incolumità dei atleti; dall'altro la cruda realtà finanziaria di un movimento sostenuto perlopiù dalla passione di organizzatori che rischiano la bancarotta a ogni edizione.

Wegmann, forte della sua doppia prospettiva di ex atleta e uomo d'organizzazione, lancia un appello al buonsenso: "Da ogni incidente dobbiamo imparare. Tutti commettiamo errori, ma dobbiamo migliorare. Ci sono cose che non potremo mai cambiare, ma come organizzatore voglio sempre sapere di aver fatto tutto il possibile per rendere la gara sicura."

La sfida per il futuro del ciclismo sarà trovare una mediazione sostenibile: se la sicurezza diviene un lusso per pochi, a sparire non saranno solo i costi superflui, ma l'anima stessa di questo sport.