E' stato definito il lunedì nero dei contribuenti. Questo lunedì 16 giugno famiglie e imprese italiane hanno dovuto infatti fare i conti con Imu, Tasi, Irpef, addizionali Irpef, Ires, Irap, Iva ed altri balzelli cosiddetti minori, che nel cumulo complessivo - evidentemente - minori proprio non sono. Secondo i calcoli dell'ufficio studi della CGIA di Mestre il prelievo ha fatto incamerare allo Stato circa 54,5 miliardi di euro.

A voler vedere il bicchiere mezzo pieno, la scadenza si porta dietro anche una bella notizia, almeno per i dipendenti. I percettori di reddito fisso, infatti, a maggio hanno finalmente smesso di lavorare per lo Stato.

Da questo momento in poi possono badare alla famiglia e - per i più fortunati, se della paga in busta avanza qualcosa - anche un po' a sé stessi. Per le imprese, invece, il discorso è un tantino più complicato, nel senso che il calcolo dei giorni di lavoro a favore dello Stato varia da Regione a Regione.

A vederlo realisticamente mezzo vuoto il bicchiere, invece, va detto che in Italia il peso delle tasse vale il 44% del Pil (prodotto interno lordo). Un peso che è cresciuto - secondo la Corte dei conti - in maniera più che proporzionale rispetto al resto dell'Europa a causa delle misure di austerità varate dal governo Monti (e seguenti).

In materia di tasse, tuttavia, per onestà delle cose, va detto che l'Europa non sta messa meglio (semmai sono i fondamentali dell'economia a fare la differenza con il nostro paese).

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Questo almeno certifica l'Eurostat, nel rapporto sul peso fiscale rispetto al Pil per l'anno 2012 .

Per l'istituto comunitario di statistica il peso delle tasse è salito dal 38,8% del 2011 al 39,4%, mentre per l'Area Euro è arrivato al 40,2% rispetto al 39,5% dell'anno precedente. E le stime per l'anno 2013 non fanno pensare ad un alleggerimento, anzi.

Peraltro, è appena il caso di ricordare che i regimi fiscali non sono omogenei in Europa, per cui si spazia dal 30% del Pil dei paesi dell'Est - ma c'è anche il 28,7% dell'Irlanda - alle vette del 48,1% della Danimarca, 45,4% del Belgio, 45% della Francia, 44,2% della Svezia, 44,1% della Finlandia, e del 44% dell'Italia, appunto, che ha registrato l'aumento maggiore assieme a Ungheria, Grecia, Francia e Lussemburgo.