L'economia italiana è in recessione tecnica. Questo è attestato, oramai, da tutte le principali istituzioni economiche internazionali, oltre che dall'Istat. Questo fatto indiscutibile ha fatto ritornare alla ribalta il problema della neutralizzazione delle cosiddette clausole di salvaguardia. Il Governo giallo - verde ha provveduto a sterilizzarle completamente per il solo 2019. E si è impegnato a bloccarle anche per il 2020 e il 2021.

Ma se non si trovano in tempi brevissimi almeno 23 miliardi di euro, sarà impossibile mantenere queste promesse con inevitabili conseguenze sul portafoglio delle famiglie italiane.

Perché pensarci ora?

Qualcuno un po' a digiuno dei fondamentali di Finanza Pubblica potrebbe domandarsi perché sia necessario pensare proprio ora a questo problema delle clausole di salvaguardia visto che siamo ancora a marzo e la prossima finanziaria dovrebbe essere approvata in autunno.

Il motivo è presto detto. Anche se è vero che la prossima Legge di Bilancio dovrà essere approvata in autunno, è altrettanto vero che entro il prossimo mese di aprile 2019 dovrà essere presentato il DEF, il Documento di Economia e Finanza, all'interno del quale il Governo deve inserire le sue previsioni economiche per il prossimo anno e le conseguenti politiche economiche da adottare per poter far fronte ai propri impegni di spesa. Compresa l'eventuale copertura delle clausole di salvaguardia per scongiurare l'aumento delle aliquote Iva.

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Il possibile impatto sulle famiglie

Il mancato reperimento dei 23 miliardi di euro citati sopra potrebbe far passare, già dal 2020, l'Iva ordinaria dall'attuale 22% al 25,2% mentre quella ridotta attualmente al 10% aumenterebbe fino al 13%. In termini assoluti si tratterebbe di un maggiore aggravio di spesa per le famiglie italiane di circa 538 euro di media. Mentre se ci si riferisce alla categoria dei professionisti ed imprenditori il costo medio è molto più elevato e pari a circa 857 euro.

Come riferisce il quotidiano "Il Giornale", il quotidiano della Confindustria "Il Sole24ore" ha effettuato una simulazione su chi subirebbe il maggiore impatto negativo di un aumento delle aliquote Iva. Secondo il quotidiano finanziario a soffrire maggiormente sarebbero i single e le famiglie numerose. Mentre, per quanto riguarda l'impatto sul costo dei singoli prodotti, verrebbero penalizzati maggiormente quelli a cui viene applicata attualmente l'aliquota ordinaria al 22%, come i settori dell'abbigliamento, delle calzature ma anche arredi, bibite, vini e liquori.

Mentre non dovrebbero subire rincari i beni di prima necessità, come il pane, la frutta e la verdura, soggetti all'Iva al 4%. Ovviamente, il quadro è complicato dal fatto che con l'Italia in recessione tecnica i consumi sono già ora stagnanti. C'è da augurarsi, che come avvenuto negli anni passati, il Governo riesca a trovare una soluzione anche in extremis. Eventualmente, secondo diversi esperti, se messa alle strette dalla congiuntura negativa la maggioranza potrebbe anche scegliere di adottare una soluzione intermedia facendo aumentare solo alcune delle aliquote Iva.

Il che vorrebbe dire che ci saranno degli aumenti ma più contenuti.

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