La flat tax rientra, nuovamente, nel dibattito economico italiano. Ad aprire ad una possibile introduzione, su scala nazionale, della flat tax è il Direttore dell'Agenzia delle Entrate, l'avvocato Ernesto Maria Ruffini, durante la sua periodica audizione davanti alla Commissione Finanze della Camera dei Deputati. L'obiettivo dell'introduzione della tassa piatta, nel ragionamento del Direttore dell'Agenzia delle Entrate, non sarebbe solo quello di avviare una rivoluzionaria riforma fiscale, con l'eliminazione di Tasse e tax expenditure, creando una base imponibile unica per tutti i contribuenti italiani.

Ma, per questa via, incentivare anche l'asfittico mercato del lavoro italiano, spingendo le migliaia di piccole e medie imprese italiane ad incrementare le loro offerte di lavoro.

Flat tax al posto degli scaglioni Irpef

L'apertura all'introduzione della flat tax da parte del Direttore dell'Agenzia delle Entrate Ernesto Maria Ruffini consente allo stesso di operare una profonda riflessione sia sull'architettura dell'imposta sul reddito delle persone fisiche sia sulla sua efficacia nel far arrivare risorse fresche nelle casse dell'Erario.

Analizzando i dati a sua disposizione, infatti, Ruffini, davanti ai deputati della Commissione finanze della Camera, fa notare come solo nell'anno di imposta 2018 la distribuzione media dell'Irpef sul territorio nazionale sia "schiacciata" sul valore di 16.795 euro.

Mentre i contribuenti italiani che hanno dichiarato un Irpef superiore ai 300.000 euro sarebbero stati solo lo 0,1% del totale. Considerando che l'Irpef grava su circa 41 milioni di contribuenti italiani, per un importo dichiarato di quasi 900 miliardi di euro, la platea dei contribuenti con una dichiarazione irpef superiore ai 300.000 euro è pari a 41.000 unità, per un importo dichiarato complessivo di 12 miliardi e 300 milioni di euro circa.

Se a tali valori si vanno a sottrarre le varie deduzioni e detrazioni che compongono la giungla delle tax expenditures italiane, si arriva ad un gettito netto a favore dell'Erario di circa 194 miliardi di euro. In pratica, nelle casse dello Stato sarebbe entrato, secondo i calcoli presentati dal Direttore dell'Agenzia delle Entrate, meno del 23% dell'Irpef complessivamente dichiarata dai contribuenti italiani.

Senza contare il fatto che, come fa notare Ruffini, i bizantinismi degli scaglioni Irpef rendono estremamente difficile al contribuente italiano medio, in genere un lavoratore dipendente per più dell'ottanta per cento dei casi, il suo effettivo e personale livello di imposizione. Cosa che, invece, con la flat tax non si verificherebbe proprio per la semplicità e linearità della sua architettura.

Flat tax, tax expenditures e offerta di lavoro

L'attuale architettura dell'Irpef, arrivata al suo cinquantesimo compleanno, disincentiverebbe anche l'offerta di lavoro da parte delle piccole e medie imprese italiane. Per chiarire questo concetto Ruffini fa riferimento al cosiddetto "salto di aliquota". Stiamo parlando di quel fenomeno fiscale per il quale, a causa delle aliquote marginali particolarmente alte sui redditi medio-bassi e, contemporaneamente, di detrazioni decrescenti al crescere del reddito, un contribuente si trova a subire uno scalino più alto di aliquota irpef rispetto a quella che gli dovrebbe essere applicata effettivamente.

In pratica, la foresta di detrazioni e deduzioni consentite dal nostro sistema tributario attuale avrebbe generato, secondo il Direttore dell'Agenzia delle Entrate, una deformazione della progressività dell'imposta rispetto a quanto stabilito dalle aliquote ordinarie. Non solo, ma tale architettura fiscale costituirebbe, secondo Ruffini, un potentissimo disincentivo a lavorare di più anche a livelli bassi di reddito. Non solo, ma Ruffini evidenzia anche come l'attuale struttura fiscale dell'Irpef non rispetti oltre che il principio di progressività dell'imposta, sancito dall'articolo 53 della Costituzione, anche il principio di equità. E questo proprio perché l'attuale imposta sui redditi delle persone fisiche prevede una progressività molto elevata sui redditi bassi determinando, di fatto, l'obbligo di versare un'imposta molto più alta.

Questo effetto distorto, secondo i calcoli dell'Agenzia delle Entrate, si determinerebbe per tutti i redditi dichiarati fino ai 40.000 euro.

A tutto ciò, secondo Ruffini, bisogna aggiungere il fatto che l'attuale sistema di detrazioni e deduzioni fiscali determinano una evidente erosione della base imponibile, che produce l'effetto di non far pagare la medesima imposta a parità di reddito individuale. Tutto ciò mina la cosiddetta "universalità" dell'Irpef a cui va aggiunto il mancato gettito derivante dalla sempre presente evasione fiscale.

Flat tax, la base imponibile unica e no tax area

Date queste premesse, secondo la visione del Direttore dell'Agenzia delle Entrate, la flat tax potrebbe contribuire notevolmente alla riforma non solo dell'Irpef ma del sistema fiscale italiano in generale.

In quest'ottica, per ovviare a tutte le distorsioni appena descritte, sarebbe utile introdurre una base imponibile unica e onnicomprensiva. Non solo ma, al posto della foresta di deduzioni e detrazioni, si potrebbe riconoscere ai contribuenti un reddito minimo esente variabile e ancorato al reddito familiare parametrato sul reddito minimo di sussistenza. Infine, per agevolare ulteriormente il mondo delle partite Iva italiane, fortemente penalizzato dalla crisi economica nata dalla pandemia da Covid-19, Ruffini ha ribadito la necessità di introdurre a loro favore la tassazione per cassa al posto di quella per competenza molto più penalizzante in tempi di crisi economica come questi.

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