"Chi siete? Da dove venite? Cosa portate? Dove andate? Un Fiorino". Ve la ricordate? È la scena esilarante del film "Non ci resta che piangere" in cui Massimo Troisi e Roberto Benigni devono vedersela con le guardie di frontiera della Signoria fiorentina, intente a ripetere fino all'esaurimento sempre le stesse quattro domande, pretendendo poi immancabilmente un fiorino a prescindere dalla risposta. La scena si conclude con Troisi che sbotta in un indimenticabile "Ma vaff...."!

Se non fosse che nel 1984, quando le penne geniali di Troisi e Benigni partorirono il film, Google, Facebook, Twitter e gli altri giganti di Internet ancora non esistevano e parlare di Web o Digital Tax nonera di moda come lo è oggi, verrebbe da pensare che quello sketch sia stato pensato avendo a mente l'ormai incessante discussione a proposito dell'esigenza, per la verità non solo italiana, di chiamare le grandi Corporation statunitensi a versare qualcosa di più di un fiorino nelle casse degli Erari europei.

E infatti, proprio come in quell'indimenticabile scena del film, i Governi di mezza Europa (con la sola eccezione di quelli di Irlanda, Lussemburgo e pochi altri che sono già riusciti a portare a casa qualche "fiorino") ormai da anni non fanno che ripetere a Apple, Google & soci che non possono continuare a fare profitti a nove zeri nel Vecchio Continente, pagando le tasse solo dall'altra parte dell'oceano e, inuna percentuale per la verità modesta, in una manciata di Paesi europei più "furbi" e "scaltri" degli altri.

I dubbi non mancano

I nomi, in questa moderna epopea fiscale, sembrano contare davvero poco: Google Tax, Web Tax, Link Tax e, da ultimo, Digital Tax. La sostanza, però, non cambia: specie in tempo di crisi non c'è Paese in Europa e, naturalmente fuori dall'Europa, che possa permettersi il lusso di veder transitare per i propri confini un autentico fiume di denaro senza provare ad intercettarne un po'.

E il principio è sacrosanto. Chiunque produca fatturato e utili in un Paese è giusto che contribuisca al funzionamento diquel Paese, pagandoci le tasse.

È, come dicono quelli che conoscono la materia e come ha detto di recente anche il nostro Presidente del Consiglio, Matteo Renzi, rilanciando l'idea di una "digital tax" tutta italiana, un fatto di "equità fiscale", più che di cassa.

Anche se poi, guardando al sistema tributario di casa nostra, il dubbio che si predichi bene quando si parla di "equità", ma si razzoli male, non può non venire.

Tassarel'e-commerce?

Passare dalle parole ai fatti, però, è sempre difficile, soprattutto quando i fatti riguardano un sistema liquido, fluido, extraterritoriale per definizione, come quello del commercio sul web.

Eh già, perché sul webnon ci sono né dogane, né frontiere fisiche come quella lungo la quale i gendarmi della Signoria fiorentina avevano facile gioco nel fermare il carretto dei mercanti di turno, verificare cosa trasportassero, da dove venissero, quanti fossero e, quindi, presentare il conto delle tasse da pagare. Le transazioni on-line corrono veloci e attraversano decine di Paesi.

A chi tocca riscuotere le tasse? In che misura e in che percentuale? In assenza di un forziere unico della "Signoria europea", infatti, è ovvio che ogni Paese dell'Unione, quando si tratta di far cassa, tende a dimenticarsi di essere, appunto, un pezzo di uno Stato più grande e si lascia tentare dall'idea di portare a casa più soldi possibili per sé. Epazienza se poi i cugini di oltre manica o, magari, quelli d'oltralpe, resteranno a bocca asciutta. Ed è così che si arriva al vero tema della questione.