Una ragazza americana, di appena sedici anni, ha lottato per molto tempo contro disturbi alimentari, depressione e panico, reagendo nel migliore dei modi: creando un’applicazione che aiutasse le persone ad affrontare i suoi stessi problemi. Ma Amanda Southworth, così si chiama la ragazza, non si è fermata a questo, ma ha deciso di creare una compagnia per portare avanti quello che ha iniziato: il connubio tra psicologia e tecnologia.

Anxiety Helper

Anxiety Helper è il nome dell’applicazione no profit creata da Amanda. Prima di realizzarla, la ragazza ha domandato a se stessa e ad altri ragazzi con una storia di disturbi mentali alle spalle che tipo di aiuto avrebbero voluto nei loro periodi di sofferenza, approfondendo infine le sue ricerche su dei manuali, in modo che acquisisse familiarità con le tecniche usate per aiutare le persone con istinti suicidi.

L’app, infatti, contiene al suo interno non solo approfondimenti circa alcuni disturbi, ma fornisce anche dei mezzi per aiutare le persone ad affrontarli, insieme a dei suggerimenti rivolti ai loro familiari e amici. Un altro importante strumento a cui ricorre l’Anxiety Helper è quello della localizzazione: grazie a questo servizio, l’individuo che usa l’app può conoscere quali siano i mezzi salva-vita più vicini a lui.

Ma come aiuta le persone ad affrontare un episodio di panico? A tal proposito l’Anxiety Helper fornisce esercizi e giochi in grado di venir loro in aiuto durante un attacco d’ansia, facendoli distrarre e calmare.

La storia di Amanda e il futuro della sua compagnia

Amanda Southworth ha iniziato fin da piccola a soffrire di disturbi mentali.

I primi segni del suo malessere sono sorti insieme all’anoressia, seguita da depressione e ansia, che spesso sfociava in attacchi di panico. Aveva solo otto anni quando tutto è iniziato. Il trasferimento in una nuova città, poi, non ha fatto altro che peggiorare la situazione, facendola sentire come un pesce fuor d’acqua, in un luogo sconosciuto con persone sconosciute, di cui non si fidava e a cui non rivelava quello che stava passando.

E quando, finalmente, Amanda è riuscita ad aprirsi, a mettere da parte la sofferenza e la vergogna che provava davanti a quelle che lei viveva come debolezze, nessuno l’ha aiutata, rispondendole che era normale, che tutti gli adolescenti vivono un periodo come il suo. Non lo è, però. Non tutti gli adolescenti hanno pensieri suicidi, non tutti gli adolescenti provano ad uccidersi sette volte.

Amanda è stata salvata ogni volta, è stata fortunata e ora sta bene.

Ma cosa l’ha aiutata? Cosa le ha dato la forza di reagire? A darle la forza che le mancava è stata la tecnologia. Se durante un attacco di panico o un episodio depressivo lei sentiva di non avere più alcun controllo della sua vita, dietro al computer quel controllo perso se lo riprendeva. Quando programmava, era lei a capo di tutto, era lei a decidere. E se la tecnologia ha salvato lei, può salvare anche altri. Da questa intuizione, nasce l’idea dell’Anxiety Herper. Amanda, però, capisce che questa è la sua strada e non si ferma: grazie alle donazioni, fonda una compagnia, l’AstraLabs. Ora ha già altri due progetti in mente, tra cui un’applicazione per la schizofrenia, volta ad aiutare le persone affette a comprendere quando si trovano in uno stato allucinatorio.

La storia di Amanda, però, ci regala non solo l’Anxiety Herper, ma anche una preziosa lezione: le malattie mentali non devono essere vissute come un segno di debolezza, ma come un punto da cui partire, come qualcosa da combattere e da cui trarre forza. Non sempre la sofferenza genera altra sofferenza.