La vicenda tra Tesla e il California Department of Motor Vehicles (DMV) si arricchisce di un nuovo capitolo, riaprendo uno scontro che sembrava concluso. Dopo aver implementato modifiche sostanziali al proprio marketing, ritirando il termine «Autopilot» e aggiungendo il suffisso «(Supervised)» a “Full Self‑Driving”, il costruttore guidato da Elon Musk è riuscito a evitare la sospensione delle licenze di vendita e produzione in California. Tuttavia, il 13 febbraio 2026, Tesla ha depositato una causa per ribaltare la sentenza che la etichetta come “false advertiser” (pubblicità ingannevole).
Il contesto giudiziario e le modifiche al marketing
La disputa affonda le radici in un’indagine avviata nel 2021, quando il DMV contestò a Tesla l’uso dei termini «Autopilot» e «Full Self‑Driving». L’ente li ritenne fuorvianti, poiché lasciavano intendere una guida autonoma a pieno titolo, non consentita dal sistema che richiede invece il costante controllo umano. Nel dicembre 2025, un giudice amministrativo diede ragione al DMV, giudicando la terminologia «misleading» e raccomandando la sospensione delle licenze. Il Dipartimento, tuttavia, optò per una soluzione meno drastica: sospendere la sospensione, concedendo a Tesla 60 giorni per adeguarsi e bloccando definitivamente la sospensione della licenza di produzione.
Entrambe le scadenze furono formalizzate nel febbraio 2026, quando il DMV confermò che Tesla aveva ottemperato, eliminando il termine «Autopilot» e aggiornando «Full Self‑Driving» in «Full Self‑Driving (Supervised)». Questi risultati hanno evitato la sospensione della licenza di vendita e produzione nello stato.
La nuova mossa: Tesla fa causa al DMV
Nonostante la conformità alle richieste regolatorie, Tesla non ha accettato la qualifica di “false advertiser”. Il 13 febbraio 2026 ha presentato un ricorso formale con l’obiettivo di rimuovere tale definizione. La strategia dell’azienda si basa sull’argomento che il DMV fosse a conoscenza dei termini contestati sin dal 2014 («Autopilot») e 2016 («Full Self‑Driving»), e pertanto non possa oggi imputarle responsabilità per una comunicazione su cui non si era mosso tempestivamente.
Si tratta di un tentativo di ridefinire, o limitare nel tempo, la responsabilità della comunicazione effettuata con quella terminologia.
Implicazioni strategiche e reputazionali
Il ricorso giunge in un momento cruciale per Tesla, segnato dall’ambizione verso i robotaxi e la guida autonoma, ma anche da numerosi contenziosi legati a incidenti gravi attribuiti al sistema Autopilot. Recentemente, una sentenza federale in Florida ha respinto l’appello di Tesla contro un risarcimento da 243 milioni di dollari per un incidente mortale. Parallelamente, la National Highway Traffic Safety Administration (NHTSA) ha avviato un’inchiesta su quasi 2,9 milioni di veicoli Tesla per incidenti associati al sistema FSD, focalizzandosi su comportamenti pericolosi come il superamento di semafori rossi o inversioni di corsia.
Una battaglia che prosegue
Il contenzioso tra Tesla e il DMV evidenzia il sottile confine tra branding evocativo e responsabilità normativa. La decisione di fare causa segnala l’intenzione del costruttore di ripulire la propria immagine legale, eliminando un precedente potenzialmente dannoso per la sua narrativa sul futuro della mobilità autonomamente guidata. La questione rimane aperta, con il DMV che non ha ancora commentato la nuova iniziativa legale. Il giudizio si prospetta come un banco di prova per le future politiche di marketing nel settore ADAS (Advanced Driver Assistance Systems).
In sintesi, la disputa tra Tesla e il California DMV non si chiuderà sulle modifiche al linguaggio promozionale: Tesla ha accettato il cambiamento operativo, ma non il giudizio di pubblicità ingannevole. La vera posta in gioco ora è culturale e strategica, e riguarda il diritto — e i rischi — di vendere il viaggio verso la guida autonoma.