La stagione dei discorsi di laurea del 2026 ha evidenziato una crescente tensione tra la generazione Z e l'intelligenza artificiale. L'entusiasmo per le promesse dell'AI si è scontrato con un diffuso timore per il futuro, manifestato in due eventi emblematici a Orlando e Tucson, rivelando una generazione divisa.
Le reazioni contrastanti ai discorsi sull'AI
Lo scorso 8 maggio, alla University of Central Florida, Gloria Caulfield, vicepresidente alle alleanze strategiche del Tavistock Group, ha dichiarato che «l'ascesa dell'intelligenza artificiale è la prossima rivoluzione industriale».
Questa affermazione ha scatenato una reazione immediata e fragorosa da parte degli studenti, in particolare quelli delle facoltà di arti, comunicazione e media. I fischi sono stati così intensi da interrompere il discorso della speaker, che ha tentato di riprendere con un ironico «What happened? Okay, I struck a chord». Tuttavia, ogni tentativo di ribadire la potenza dell'AI ha solo intensificato il boato della platea. Il momento è diventato virale, con lo slogan «AI sucks!» che ha risuonato e si è diffuso sui social.
Molti analisti hanno interpretato questa rabbia come un riflesso delle preoccupazioni degli studenti per le proprie prospettive occupazionali, specialmente in settori già profondamente influenzati dall'AI generativa.
Il sentimento generale è che sia difficile entusiasmare i neolaureati con un futuro dominato dall'intelligenza artificiale. Questa percezione non è solo uno shock tecnologico, ma generazionale, dove l'AI è vista come un simbolo di precarietà e perdita di controllo, evocando il timore che il futuro sia già scritto e che i lavori tradizionali stiano scomparendo.
Contrasti e divergenze nelle cerimonie
In netto contrasto con l'esperienza della University of Central Florida, al commencement di Carnegie Mellon, Jensen Huang, CEO di Nvidia, ha ricevuto una standing ovation. Il suo riferimento alla potenza dell'AI, definita «re-invented computing», è stato accolto con entusiasmo anziché ostilità. Questo confronto tra due platee simili, nella stessa settimana, rivela una chiara soglia generazionale: l'AI viene accolta con applausi dove è percepita come opportunità, mentre suscita ribellione dove è vista come minaccia.
Il trend di contestazione si è ripetuto a Tucson, dove Eric Schmidt, ex CEO di Google, ha affrontato fischi durante il suo discorso alla University of Arizona. Le contestazioni si sono mescolate a polemiche personali e a obiezioni sull'AI, che era il tema dominante. Anche in questo caso, la generazione in uscita ha mostrato di non gradire messaggi che dipingono l'AI come un progresso inevitabile e rassicurante.
Le radici del malcontento giovanile
Le analisi indicano che oltre il 60% dei laureandi si sente pessimista riguardo al proprio futuro, spaventato dalla contrazione delle opportunità di lavoro entry-level, attribuibile all'automazione e all'introduzione di agenti AI. Il tasso di disoccupazione dei neolaureati è tra i più alti degli ultimi anni, ampliando la soglia di stress per chi emerge dal campus con sogni e poca fiducia nel mondo del lavoro.
Inoltre, alcuni studenti hanno giudicato i discorsi come «generic» o fuori contesto, specialmente in contesti accademici che valorizzano la creatività e la critica piuttosto che l'innovazione tecnologica strumentale.
In sintesi, questi momenti di contestazione collettiva non sono semplici manifestazioni di anti-tecnologia. Essi riflettono una generazione che percepisce l'AI come un simbolo di progresso, ma sente sotto di sé un terreno instabile. Quando un'autorità parla di AI come una rivoluzione, il pubblico reagisce, evidenziando che lo spettro non è solo tecnologico, ma profondamente sociale.