Alzi la mano chi ha mai pensato di affiancare l'orsetto Winnie the Pooh al presidente della Cina xi jinping. Saranno probabilmente pochi quelli che avranno sollevato il braccio, eppure il numero è stato sufficiente perché il presidente cinese Xi Jinping vietasse in patria ogni riferimento all'orsacchiotto creato nel 1926 da Alan Alexander Milne e disegnato da Ernest Howard Shepard, almeno on-line.

Questo almeno riferisce il Financial Times, autorevole giornale economico-finanziario inglese, attraverso il proprio corrispondente da Shangai, Yuan Yang.

Una somiglianza prima giudicata divertente

Secondo il Financial, il presidente cinese non riterrebbe più gradite alcune immagini diffuse dai principali social media del paese, come Sina Weibo (il Twitter nazionale) e WeChat, esplicite nell'individuare una certa somiglianza tra Xi e il tenero animale, oltrepassando la semplice vicinanza somatica per suggerire forse una certa comunanza di carattere.

La questione sembra andare avanti già da qualche anno, dal 2013, quando una foto di Xi Jinping con l'allora presidente USA Barack Obama, venne diffusa assieme a quella dell'orsetto Winnie in compagnia dell'amico Tigro: il primo più basso e rotondetto, il secondo alto e magro. All'epoca, l'accostamento pare fosse ritenuto addirittura preferibile, nell'ottica di un arrotondamento dell'acuminata censura cinese, ma i tempi sono cambiati.

Il rapido cambio di rotta della propaganda

La propaganda del partito, dunque, all'epoca, nulla aveva fatto. E nulla aveva eccepito nemmeno nel 2014, quando la foto della sofferta stretta di mano tra il premier giapponese Shinzo Abe e il presidente cinese Xi fu immortalata dal web con un disegno di Winnie, zampa nella zampa con l'amico asino Ih-Oh. In quel caso, forse, perché il gioco delle somiglianze giocava a sfavore di Abe.

I tempi però sono cambiati, specialmente con l'arrivo del presidente Trump, le cui doti di gaffeur hanno già coinvolto la Cina. Di fronte ad un presidente muscolare e aggressivo, assai diverso dal predecessore Obama, il partito cinese, forse, ha deciso di rimettere le punte alle forbici della censura. O forse, ed è l'ipotesi più probabile, con l'avvicinarsi del XIX congresso nazionale del Partito Comunista Cinese, in autunno, né Xi Jinping né i membri del Comitato Centrale, hanno più tanta voglia di scherzare.

Tra la recente morte dello scrittore dissidente Liu Xiaobo e le grane della Corea del Nord, nessuno, da quelle parti, intende scoprire il fianco, fosse anche quello un po' rotondo di un orsettone di pezza.

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