Il solito vizio nostrano: attaccati alla polemica di facciata, senza guardare alla sostanza delle cose. Da giorni, in Rete, si rincorrono le foto di uno scontrino della mensa del Senato della Repubblica: scandalo infinito, un pasto completo (con tagliata rucola e grana!) a 7 euro e 50 più il servizio.

E così si è scatenata la ridda delle voci: il documento di spesa è vero o non è vero? Siamo vittime del ritocco di photoshop (ma fatelo sulle attrici, non sugli scontrini!), di un simpatico provocatore, o semplicemente è il pranzo di un dipendente del Senato che, come ogni buon dipendente fortunato, ha accesso alla propria mensa ad un prezzo privilegiato?

A leggere nei blog, il quesito è dibattuto e di difficile soluzione.

Ma perché non ci chiediamo una domanda più importante: questo è davvero un argomento su cui perdere tempo? L’osservatorio privilegiato offerto da SuperMoney, che ogni giorno monitora l’andamento dei mercati dei servizi assicurativi, finanziari e legati al mondo dell’energia, fotografa una situazione economica che si può definire, con eufemismo, complessa: le banche hanno stretto i criteri per l’erogazione di finanziamenti alle imprese e mutui e prestiti alle famiglie, togliendo il poco di ossigeno che rimaneva al sistema produttivo ed ai privati; i prezzi delle assicurazioni auto sono in crescita costante (gli ultimi indicatori mostrano un +30% su alcune province italiane negli ultimi sei mesi, ritorneremo nei prossimi giorni sull’argomento con maggiori informazioni); il ‘sistema-paese’ pare non avere risorse disponibili (o facilmente identificabili) per dare vita ad una forte azione di rilancio economico e sociale.

In questo contesto, quanto ha davvero senso parlare (e far parlare) del costo di un pranzo del Senato della Repubblica?