Sono trascorsi cinque anni, il mondo di oggi dimentica in fretta. Il calcio, sempre più orfano di eccellenze tecniche, sembra non avere spazio per i miti del passato ma per il calcio di oggi è una fortuna. Se, improvvisamente, li riscoprisse, se provasse a rispecchiarsi in ciò che è stato, si ritroverebbe ancora più povero. Il campione morto cinque anni fa in un ospedale di San Paolo del Brasile è stato uno di questi miti, la dimostrazione di come si possa essere unici ed anticonformisti in un ambiente dai contorni quasi 'dogmatici' e di come si possa scrivere una storia nella storia.

Il 4 dicembre di cinque anni fa moriva Socrates, il 'rivoluzionario permanente' del calcio brasiliano e mondiale.

Calcio, medicina e filosofia

Il nome di battesimo era lunghissimo, in Italia farebbe impazzire qualunque impiegato di un ufficio anagrafe. In Brasile è quasi normale, ci sarà un motivo per cui i calciatori vengono ribattezzati con nomi propri o soprannomi. Socrates Brasileiro Sampaio de Souza Vleira de Oliveira era conosciuto con il suo primo nome: era stato il padre, certamente non istruito in maniera tradizionale ma brillante autodidatta ed appassionato di classici e filosofia greca, a battezzarlo con lo stesso nome di uno dei più grandi pensatori dell'antichità. Don Raimundo vuole che il figlio abbia un'occasione nella vita, lo manda a scuola ed all'università.

Il giovane Socrates si laurea in medicina ma la sua passione è, da tempo, la sfera di cuoio. Alto e magro, corre poco ma con il pallone fa quello che vuole. Il Botafogo di Ribeirao Preto (da non confondere con l'omonimo e più celebre club carioca, ndr) lo lancia intorno alla metà degli anni '70 ma è con il Corinthians, al quale approda nel 1978, che Socrates diventa una stella.

La selecao si accorge di questo giovanotto nel 1979 e lui segnerà pagine importanti in tinte verdeoro. Avrà l'onore di capitanare la Nazionale in ben due edizioni dei mondiali, nel 1982 e 1986. Sarà un Brasile eccezionale la cui cifra tecnica avrà pochi eguali ma la sua è una generazione calcistica 'bella e perdente'. Sarà eliminato dall'Italia ai mondiali di Spagna e dalla Francia alla kermesse iridata messicana.

A quel Brasile gli appassionati di calcio diranno sempre 'grazie di essere esistito', il dottor Socrates avrebbe preferito sollevare la Coppa del Mondo ma pazienza. Lui aveva già scritto una storia unica nel suo genere.

La 'Democrazia corinthiana'

Può sembrare una favola, eppure è accaduto sul serio. La 'Democrazia corinthiana' è un esempio unico nella storia del calcio, una politica di autogestione all'interno di una squadra che tanti 'idoli' di oggi avrebbero abbracciato volentieri pur di tirar tardi in discoteca tra champagne e starlettine. In un Brasile che viveva ancora sotto dittatura, non feroce come quella cilena o argentina ma senza dubbio repressiva, la 'Democrazia corinthiana' venne invece vista come una forma di resistenza politica.

L'impatto mediatico fu enorme, causato anche da quelle scritte dedicate alla democrazia che i giocatori esibivano sulle maglie durante le partite. Socrates fu uno dei promotori e con il crescendo della sua fama, ne divenne inevitabilmente il simbolo. La sua rivoluzione permanente la portò anche in Italia ma ne fu schiacciato, nel suo unico anno alla Fiorentina, perché catapultato in un calcio dalle troppe regole, dai lunghi ritiri, dalla ferrea disciplina. Rimase se stesso anche quando i medici, appese le scarpette al chiodo, gli dissero che doveva porre un freno ad alcol e sigarette. Socrates aveva intrapreso la professione medica ma non fu mai un buon medico di se stesso. In un'intervista del 1983 aveva dichiarato che, se avesse potuto scegliere il giorno della sua morte, gli sarebbe piaciuto andarsene di domenica, nel momento in cui il suo Corinthians si fosse laureato campione del Brasile.

Il 4 dicembre 2011 la formazione paulista ha effettivamente vinto il titolo: l'ultima magia di un calciatore unico ed indimenticabile.

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