C’è un momento preciso in cui una leggenda decide che il gioco non vale più la candela. Per Ruud Gullit, quel momento è coinciso con la visione di Arsenal-Chelsea, un big match di Premier League che, sulla carta, avrebbe dovuto rappresentare l’apice dello spettacolo globale e che invece si è trasformato nel funerale della sua passione. "Ho deciso di smettere di guardare il calcio. Non mi piace più il nostro sport", ha dichiarato l'ex Pallone d’Oro a Ziggo Sports. Una sentenza senza appello che scuote le fondamenta di un sistema sempre più orientato alla performance statistica e sempre meno all'estetica del gesto.
La 'scacchiera' degli orrori
Il cuore della critica di Gullit non è il solito nostalgico "si stava meglio quando si stava peggio", ma un'analisi lucida della mutazione genetica del calcio. L’olandese descrive le partite moderne come sessioni di Stratego, il celebre gioco da tavolo di strategia militare, dove ogni movimento è codificato, previsto e, di conseguenza, privato di ogni brivido.
"Il calcio oggi è diventato orribile", ribadisce il "Tulipano Nero". Sotto accusa finisce la maniacalità dei calci d’angolo forzati, delle rimesse laterali studiate a tavolino e persino della messinscena dei raccattapalle istruiti a consegnare asciugamani come se ci si trovasse a un torneo di Wimbledon, piuttosto che in uno stadio di calcio.
È l’iper-professionalizzazione che divora l'anima del gioco: quando la tattica soffoca l'istinto, il calcio smette di essere uno sport d'infrazione e diventa una catena di montaggio.
L’addio al dribbling e il trionfo del 'passaggismo'
Ciò che fa soffrire maggiormente Gullit è la scomparsa del rischio. "Dove sono i giocatori che sanno palleggiare e puntare l’uomo?", si chiede con una punta di amarezza. Il calcio di oggi è dominato dal "passare, passare, passare". Un possesso palla sterile, orizzontale, che serve a proteggere il risultato o a evitare l'errore, ma che raramente cerca la bellezza della giocata individuale.
In un mondo di automi tattici, Gullit salva solo rarissime eccezioni, come il giovane Lamine Yamal, uno dei pochi rimasti capaci di affrontare il difensore con coraggio e fantasia.
Per il resto, la diagnosi è spietata: i calciatori moderni sembrano aver smarrito la gioia del gioco, preferendo il "compitino" sicuro alla giocata che sposta gli equilibri.
Un sistema da ritrovare
Le parole di Gullit non sono solo lo sfogo di un campione del passato, ma un segnale d'allarme per l'intera industria. Se persino chi ha scritto la storia di questo sport non riesce più a sopportarne la visione, significa che il prodotto "calcio" sta perdendo il suo bene più prezioso: l'emozione.
Il calcio moderno, schiacciato da calendari impossibili e dalla dittatura degli algoritmi, rischia di diventare un esercizio accademico perfetto nella forma ma vuoto nella sostanza. La ricetta di Gullit è semplice quanto difficile da attuare nel 2026: restituire il pallone ai giocatori, incoraggiare il dribbling e smetterla di trattare il campo verde come una sala operatoria.
Senza quel pizzico di sana follia che rendeva imprevedibili le domeniche di trent'anni fa, il rischio è che il "J’accuse" dell'olandese diventi presto il sentimento comune di una generazione di tifosi ormai stanca di guardare una partita a scacchi.