Il Tribunale federale di Bellinzona ha preso la decisione di non restituire la somma di 1,2 miliardi all’Italia, che era stata sequestrata due anni fa dai magistrati di Milano nell’ambito dell’inchiesta per truffa ai danni dello Stato sulla gestione dell’Ilva. A detta dei pubblici ministeri di Milano, i due fratelli Riva avrebbero infatti distratto 1,2 miliardi di euro dall'Ilva, collocandoli in alcune società trust domiciliate nell’isola di Jersey. Successivamente, nel 2009, tali soldi sarebbero stati scudati “in maniera ingiustificata” lasciandoli però depositati in una banca Ubs. (ovvero una banca privata d’investimento con sede in Svizzera).

L'attuale decisione dei giudici di Bellinzona impedisce, quindi, l’esecuzione del provvedimento della Procura di Zurigo, che avrebbe dato il via a quel piano di risanamento ambientale dello stabilimento siderurgico della famiglia Riva posto in amministrazione straordinaria.

L’incipit della storia giudiziaria

Dopo il sequestro dei fondi dei Riva da parte dei giudici italiani, cui sarebbe dovuto seguire il rientro in Italia, in seguito all’Ok dato a giugno dai giudici di Zurigo, le figlie di Emilio Riva decidono di rinunciare all’eredità del padre per liberarsi dalle richieste di risarcimento dei danni ambientali provocati dall'industria siderurgica. Fanno quindi ricorso al Tribunale federale di Bellinzona per bloccare appunto il trasferimento in Italia degli 1,2 miliardi di euro depositati presso i diversi conti della banca Ubs.

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I giudici del Tribunale svizzero hanno annullato il provvedimento dei loro colleghi di Zurigo.

Le motivazione dei giudici del Tribunale federale di Bellinzona 

Secondo i giudici del Tribunale di Bellinzona, la restituzione dei fondi rappresenta un’espropriazione senza un giudizio penale. La richiesta italiana di far ritornare indietro i soldi sarebbe inoltre piena di “vizi materiali e formali molto gravi”. Secondo i magistrati svizzeri si presume, ma non è stata ancora accertata, l’origine criminale del denaro detenuto presso la banca Ubs. I magistrati italiani, invece, ritengono che quei soldi sono il provento dei reati di appropriazione indebita aggravata e trasferimento fittizio di beni commessi dai Riva.

Inoltre, le autorità italiane non hanno rilasciato una dichiarazione di garanzia che assicuri che le persone indagate, Adriano ed Emilio Riva (ora deceduto), Franco Pozzi ed Emilio Gnech, consulenti della famiglia (accusati di riciclaggio) non subiranno danni qualora fossero dichiarate innocenti.

Ricordiamo che questi soldi, una volta rientrati in Italia sarebbero stati depositati presso il Fondo Unico Giustizia gestito da Equitalia, che custodisce le somme sotto sequestro giudiziario. Si sarebbe potuto procedere, così, alla bonifica degli impianti del colosso siderurgico di Taranto. Dal canto suo, il Governo Renzi sembra aver giocato d’anticipo e ha già previsto nella Legge di Stabilità 2016 di allungare di 4 anni l’amministrazione straordinaria dell’Ilva prevedendo anche una nuova garanzia statale da 800 milioni che va ad aggiungersi ai 400 milioni già erogati quest’anno. Per info su casi giudiziari premi il tasto segui accanto al mio nome.