In vista della Cop21 a Parigi, in questi giorni è convogliato tutto un universo di attivisti e di ecologisti che si muove e si organizza per far sentire la propria voce ai "grandi" del mondo impegnati in una trattativa tanto delicata quanto decisiva per le sorti del pianeta. C'è chi è venuto a piedi da Roma, oltre 60 giorni di marcia, o chi ha portato una corona di foglie e di fiori direttamente dalle Hawaii, oltre 8.000 miglia di distanza, per far sentire la propria solidarietà ai parigini deponendola ai piedi della Marianne in Place de la République al collo del leone che rappresenta il suffragio universale. Qui a Parigi ci sono soprattutto i rappresentati delle tante comunità colpite realmente dagli effetti del cambiamento climatico, dalle politiche di sfruttamento del sottosuolo delle grandi multinazionali e degli stati sovrani.

Da ventidue anni chiedono giustizia

La vicenda più eclatante è quella della Texaco in Ecuador, tra gli anni sessanta e gli anni novanta del '900, considerata forse come la madre di tutte le tragedie ambientali. I rappresentati di questo enorme scandalo aspettano giustizia da oltre vent'anni e sono venuti qui a chiederne conto. "Chevron corporation è stata un'operazione sistematica e volontaria in Amazzonia che causò il peggior disastro ambientale della storia dell'Ecuador. Furono riversati sessanta miliardi di litri di acqua tossica nel Rio delle Amazzoni, distrutti cinquecento mila ettari di selva tropicale Amazzonica, scomparvero due tribù indigene e morirono duemila persona per leucemia o cancro, il tutto come conseguenza dell'inquinamento lasciato da Chevron." Questo è il crimine e per questo trentamila indigeni da ventidue anni combattono contro la compagnia perché paghi per i crimini commessi.

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Questi uomini sono qui anche perché sia chiaro a tutti che gli effetti del cambiamento climatico, che per noi sono soltanto un timore ed una paura per il futuro dei nostri figli, sono già una triste e dura realtà per molte popolazioni del mondo.