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Si chiama Abu Hamed. Negli Stati Uniti potrebbe chiamarsi John Smith, in Italia sarebbe Giuseppe Rossi. È un nome comune, utile per celare la sua vera identità. Abu Hamed è il primo "pentito" dell'Isis, sarebbe un ex miliziano siriano che ha abbracciato la causa dello Stato Islamico dopo aver combattuto nelle file dei ribelli contro il regime di Assad. Ma prima di farlo passare alla storia come un novello Tommaso Buscetta in salsa islamista, bisogna verificare quanto di vero ci sia nella sua lista, quella di 22 mila presunti jiahdisti che è stata consegnata a "Sky News".

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Perché in base a quanto certificato da Zaman al Asl, il sito di attivisti siriani, soltanto una piccola parte dei nomi contenuti nella lista risultano attendibili.

Una lista vecchia

In realtà parecchi nomi potrebbero appartenere a uomini e donne non più in vita, probabilmente morti in azioni di guerriglia o in  missioni suicide. Sono 51 i Paesi di provenienza di questi presunti jiahdisti ma la lista sarebbe di almeno due anni fa. La maggior parte delle schede che riportano l'arruolamento nelle milizie islamiste, infatti, risale a prima dell'estate del 2014 e riporta la dicitura "Stato Islamico dell'Iraq e del Levante", usato prima della proclamazione del Califfato (29 giugno 2014). 

I jiahadisti riconosciuti da Zaman al Asl

Zaman al Asl ha accertato la veridicità di appena 1.736 nomi su 22.000, il resto della documentazione conterrebbe informazioni sommarie ed incomplete.

Troppo poco, secondo gli attivisti siriani, per darvi credito fino in fondo. Sulla stessa versione dei fatti raccontata dal sedicente Abu Hamed davanti alle telecamere di Sky News ci sono poche prove a supporto. Il presunto disertore ha dichiarato di provenire da Raqqa, capitale dell'Isis in Siria, e di aver trovato rifugio in Turchia. La sua frase è di sicuro effetto, "l'Isis è una menzogna, non è l'Islam". La lista completa è al vaglio dei servizi segreti occidentali mentre i nominativi certificati da Zaman al Asl sarebbero miliziani arruolati in Siria di cui soltanto una piccola parte sono siriani.

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Il resto è originario in maggioranza da altri Paesi islamici (oltre il 70 % con numerosi sauditi). Per quanto riguarda l'Europa, ci sarebbero oltre trenta foreign fighters partiti dalla Francia. Non ci sono italiani tra i nomi accertati dagli attivisti di Damasco ma risalta all'occhio il nome di Abu Rawaha al Italy. Sarebbe l'alias scelto da Anas al Abboubi, 24enne cresciuto nel bresciano ma di origine marocchina. In Italia è schedato dal 2013 dopo l'arresto da parte della Digos con l'accusa di terrorismo internazionale. Ha un passato da rapper, quando si esibiva con il nome d'arte di McKhalif fino al 2012.

Quanto è utile la lista?

L'impressione è che, al di là del caso mediatico, la lista di Abu Hamed sia solo "fumo negli occhi". Le intelligence che ne stanno vagliando la veridicità hanno ovviamente posto in risalto i riferimenti agli attentatori di Parigi dello scorso novembre, ai vari Abdelhamid Abaaoud, considerato uno dei principali organizzatori degli attacchi, Foued Mohamed-Aggad, Ismael Omar Mostefai e Samy Amimour. Parecchi dei nomi sono sicuramente autentici ma quanto questi documenti possano aiutare le coalizione occidentale nella guerra allo Stato Islamico è tutto da dimostrare.

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Parlare di "duro colpo all'Isis" appare pretenzioso. In primo luogo perché la lista sembra piuttosto datata, in secondo perché si tratta comunque di nomi con poca importanza strategica. L'Isis arruola continuamente nuove milizie ed ha una capacità di portare sui vari fronti "forze fresche" con un'incredibile velocità. Se anche si trattasse di 22.000 veri jiahdisti, sarebbe di scarsa utilità essere in possesso di nominativi poco tracciabili che potrebbero essere morti ormai da mesi e dunque sostituiti con nuovi combattenti o candidati martiri.