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Citiamo Leonardo Sciascia. In un articolo pubblicato sul "Corriere della Sera" nel 1987, l'autore de "Il giorno della civetta" ed "A ciascuno il suo" usò il termine "professionisti dell'antimafia", riferendosi a coloro che per far carriera si dichiarano "antimafiosi" e finiscono per usare questa etichetta come "strumento di potere". Tra i riferimenti di Sciascia figurava anche Paolo Borsellino, diventato allora capo della Procura di Marsala al posto di un collega più anziano.

Fu una gaffe: anche un intellettuale, profondo conoscitore della realtà siciliana come Leonardo Sciascia può commettere errori di valutazione. Il giudice Borsellino, con il suo lavoro, ha dato un grosso contributo nella lotta alla criminalità e come Rocco Chinnici, Giovanni Falcone e tanti altri che hanno combattuto la mafia perché era realmente la loro professione, ha pagato il prezzo più alto.

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Il tempo ha dato la sua risposta in merito a Borsellino ma oggi quell'articolo torna di grande attualità perché ai giorni nostri, da quando la mafia in Sicilia non uccide più, c'è stato un incredibile proliferare di nuovi "professionisti" dell'antimafia.

Il caso Maniaci è solo l'ultimo della serie

Il caso del direttore di "Telejato", Pino Maniaci, ha scosso parecchie coscienze, da Bolzano a Trapani. Sarà compito dei giudici far luce sulle accuse di estorsione ma resta il contenuto abominevole di quelle intercettazioni telefoniche. Andando a ritroso in tempi recenti troviamo situazioni paradossali come quella di Ivan Lo Bello, il vice presidente di Confindustria considerato un tutore della legalità che finisce indagato per associazione a delinquere nello scandalo "Tempa Rossa".

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E poi, ancora, Antonello Montante, presidente siciliano di Confindustria con delega alla legalità che viene accusato di concorso esterno in associazione mafiosa da alcuni collaboratori di giustizia; oppure Roberto Helg, presidente della Camera di Commercio di Palermo che ha fatto della lotta al pizzo una bandiera e che viene condannato in primo grado per una presunta tangente incassata da un commerciante per il rinnovo dell'affitto di alcuni locali all'interno dell'aeroporto "Falcone e Borsellino". Ma anche il caso di Vincenzo Artale, presunto imprenditore antiracket finito in manette in provincia di Trapani ed accusato di fare affari con i boss vicini al superlatitante Matteo Messina Denaro. La lista rischia pericolosamente di allungarsi.

L'antimafia non è un mestiere per tutti

Esiste una "presunzione di innocenza" e, pertanto, per alcuni di questi soggetti ci sarà una magistratura incaricata di verificarne il tasso di "inquinamento". Resta il dubbio atroce che, inevitabilmente, si insinua tra le persone e spinge a diffidare dall'antimafia per "etichetta".

La lotta alla mafia era una vera professione per giudici, rappresentanti di forze dell'ordine e giornalisti che hanno rischiato o perso la vita a causa del loro lavoro. Oggi si rischia molto meno, la mafia non ha più scorte di esplosivi ed ha fatto tacere le armi da fuoco ma continua ad insinuarsi in silenzio nel tessuto sociale, economico e politico e trova terreno fertile anche in questa antimafia fasulla e "parolaia" che in realtà sta vanificando il lavoro di chi conduce davvero la lotta alla criminalità organizzata. Nonostante tutto, continuiamo ad assistere alla nascita di molti presunti eroi, alcuni sospinti da improvvisati e patetici opinionisti da social network. "Sventurato quel popolo che ha bisogno di eroi", fece dire Bertold Brecht al suo "Galileo", ed in fondo aveva ragione nel considerare il modo in cui gli eroi moderni svelano il vuoto di un popolo invece di alimentarne la gloria. Ad esser sinceri riteniamo poco rispettosa la definizione di "eroe" anche nei confronti di uomini come Giovanni Falcone o Paolo Borsellino. Hanno svolto il proprio lavoro ma in Italia siamo così estranei al "senso del dovere" da innalzare agli altari coloro che invece hanno il coraggio di farlo fino in fondo.