Una storia di violenza e riscatto, quella che accomuna le due giovani donne yazide sopravvissute alla prigionia inflitta loro dall'Isis. Una storia di dolore, una storia che accomuna migliaia di donne e che ogni giorno sembra ripetersi incessantemente. Un premio è quello che è stato loro riservato dal Parlamento europeo, il Premio Sakharov 2016, un riconoscimento che ogni anno viene assegnato a persone od associazioni che si distinguono nelle difesa dei diritti umani.

Nadia Murad Basee e Lamiya Aji Bashar, due donne come molte altre, vittime di violenza, di soprusi, frutto di un fondamentalismo culturale distruttivo e degradante, in grado di annientare in un solo colpo i diritti di un essere umano. Sequestrate dopo che tutti gli uomini del loro villaggio furono massacrati, rese schiave sessuali, abusate per mesi e poi all'improvviso la speranza di un cambiamento.

Dopo mesi di soprusi, le due donne sono riuscite a scappare da quell'inferno, dai loro aguzzini jihadisti. Il coraggio di queste donne è stato finalmente riconosciuto.

L'esodo e la cattura

Originarie di Kocho, un villaggio vicino a Sinjar, uno dei tanti villaggi che l'Isis ha distrutto nel 2014 e dal quale fuggirono assieme ad altri 200mila membri della loro comunità. Vengono rapite insieme ad altre ragazze e da allora l'inferno sembra non avere più fine.Nella strage perdono i loro familiari.Costrette ad avere rapporti sessuali, pena la morte, come accadde a 19 di esse, le quali vennero rinchiuse in una gabbia per poi essere arse vive, in quanto renitenti al sesso.Lamiya presa prigioniera, insieme alle sue sei sorelle, verrà venduta per ben cinque volte tra i miliziani e costretta a fabbricare armi per il sedicente califfato.

La crisi dei diritti umani

Una storia di terrore e di rivincita che porta con sé la consapevolezza di quanta sia, ancora, la strada da percorrere nell'ambito del rispetto dei diritti umani, ma principalmente rende sempre più dolorosamente evidente quanto tutto questo sia terribilmente difficile, quando ci si trova davanti ad una così perversa struttura culturale fortemente radicata.Ancora una volta la storia sembra ripetersi, la sola variante è il luogo geograficamente inteso, ciò che sostanzialmente accade resta invariato.

La violenza sulle donneè divenuto un argomento di dibattito quotidiano, alla stregua dell'inquinamento globale, della crisi economica, della fame del mondo, a tali argomentazioni ormai si affianca e si afferma, con vigore, quella che è ormai divenuta una vera e propria piaga sociale. Le culture si differenziano eppure ciò che dovrebbe restare invariato è il principio di base che implica il rispetto del prossimo, in quanto individuo, in quanto essere vivente che gode degli stessi nostri diritti, a prescindere dal genere, dalle inclinazioni sessuali, dal credo religioso o tendenza politica.

La vera crisi del nostro millennio, quella più profonda nella quale siamo subissati è quella dei diritti, del riconoscimento dei diritti.Nadia e Lamiya ne sono la prova irrefutabile.Ad oggi Nadia Murad è la prima ambasciatrice dell'Onudc, l'ufficio delle Nazioni Unite per il controllo della droga e la prevenzione del crimine, inoltre è stata da poco insignita, dal Consiglio d'Europa, del premio per i diritti umani Vaclav Havel.

Lamiya, ormai libera, ha intrapreso un percorso di fondamentale importanza che la vede impegnata a dare supporto e assistenza a donne e bambini schiavi dello Stato islamico e volto, inoltre, a sensibilizzare il mondo sulla atroce condizione in cui imperversano migliaia di donne yazide.

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