La tregua regge ed il 'sultano' ha infine chinato la testa. I negoziati di Astana non sono certamente un preludio agli accordi di pace sulla Siria, almeno non ancora. Di questo ed altro ancora si discuterà il prossimo 8 febbraio a Ginevra ai colloqui che si terranno nella sede delle Nazioni Unite. Ma quanto accaduto nella capitale kazaka rappresenta soprattutto una grande vittoria diplomatica di Vladimir Putin: aver messo allo stesso tavolo i rappresentanti del governo siriano e dell'opposizione, in guerra da sei anni; aver garantito il prosieguo del cessate il fuoco ed aver 'convinto' Recep Erdogan ad accettare una Siria con Bashar al-Assad al governo è il risultato più importante e può rappresentare la svolta di tutta la questione siriana.

L'accordo per il monitoraggio della tregua

L'accordo che, di fatto, crea un meccanismo che consentirà il monitoraggio della tregua tra le forze governative ed i ribelli, è stato sottoscritto dai rappresentanti di Russia, Turchia ed Iran, i 'garanti' dei negoziati di Astana, ed è stato letto nel corso del meeting dal ministro degli esteri del Kazakistan, Kairat Abdrakhmanov. Mosca, Ankara e Teheran si impegnano a "rafforzare la tregua in atto dallo scorso 30 dicembre", usando la loro influenza sulle parti belligeranti e, cosa più importante, "rispetteranno la sovranità e l'integrità territoriale della Siria".

Questa la parte più importante perché comprende il governo turco, da sempre acerrimo nemico di Damasco. I tre Paesi inoltre sosterranno il prosieguo dei colloqui in programma a Ginevra e si impegnano a combattere i gruppi armati presenti in Siria e considerati "terroristi". Questi ovviamente non sono inclusi nella tregua, si tratta naturalmente dell'Isis, degli ex qaedisti di Fatah al-Sham (ex Fronte Al Nusra) ed anche dei miliziani curdi, attualmente combattuti dall'esercito turco. Relativamente alla parte estremista dei ribelli, i citati islamisti di Fatah al-Sham, ci saranno "pressioni" sull'opposizione moderata affinché queste milizie siano isolate.

Il confine turco

La delegazione del governo di Assad, rappresentata da Bashar al-Jaafari, ha però fatto presente un'altra "questione urgente". Damasco ha accusato la Turchia di "aver violato la sovranità della Siria" con lo sconfinamento dell'esercito di Ankara la scorsa estate. I turchi al momento occupano un'area nella parte nord del governatorato di Aleppo, che fa da 'cuscinetto' alle due zone a maggioranza curda e confina anche con i territori occupati dall'Isis. Difficile che le truppe di Ankara si ritirino dall'area, come testimoniano le parole del vicepremier Numan Kurtulmus.

"Non abbiamo lanciato l'offensiva contro l'Isis ad Al-Bab per liberare la città e riconsegnarla ad Assad", ha detto il ministro in un'intervista rilasciata all'agenzia Anadolu. In realtà quell'area è utile alla Turchia per mettere in sicurezza il confine dalla possibile creazione di uno Stato curdo-siriano. Un'altra 'spina' tra Ankara e Damasco che sarà discussa a Ginevra.

L'opposizione 'chiude' all'Iran ma 'apre' alla Russia

In realtà il cammino verso la pace, al di là di una guerra che proseguirà ad oltranza contro l'Isis e le altre milizie jihadiste, non è stato ancora tracciato.

La delegazione dei ribelli arabo-sunniti, oltre a volere l'uscita di scena di Bashar al-Assad, si fida poco del 'garante' iraniano. "Il regime siriano tenta di far fallire i negoziati - afferma il capo-delegazione, Muhammad Alloush - sostenuto dall'Iran. Teheran è una parte del problema e non è la soluzione. Rifiutiamo l'Iran nel ruolo di garante". Massima apertura invece nei confronti della Russia, sebbene proprio l'intervento di Mosca nel conflitto sia stata la leva che ha risollevato le sorti di Assad.

"Per noi è molto positivo - ha aggiunto Alloush - che la Russia sia passata dal ruolo bellico a quello di garante di un processo politico, il cui scopo è la soluzione del conflitto".

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