Nella mattinata di sabato 10 febbraio, a Foggia, il genitore di uno studente si è introdotto nella scuola secondaria di I grado “L. Murialdo”, dove è iscritto il figlio, e ha picchiato selvaggiamente il vicepreside. La motivazione è stata il rimprovero subito dal ragazzino da parte del vicepreside, ricevuto perché non smetteva di spingere le compagne in fila davanti a lui.

Non è la prima volta, in precedenza si sono verificati diversi casi in cui i genitori hanno aggredito gli insegnanti per dei rimproveri verso i figli indisciplinati. Questa situazione illustra bene qualcosa che gli psicologi conoscono bene: il ciclo della violenza, e l’identificazione con l’aggressore.

Non possiamo sapere cosa accade dietro le porte chiuse di quelle case, quelle che possiamo fare sono solo illazioni, ma possiamo prendere questo episodio come spunto per riflettere su questo argomento.

Il ciclo della violenza

Molti studi sul bullismo hanno evidenziato un elemento comune: i bambini o ragazzi che compiono atti di bullismo hanno storie di violenza assistita. La violenza assistita è un tipo di violenza particolare, perché le vittime non subiscono i maltrattamenti sulla propria pelle, ma sono esposti ripetutamente al maltrattamento espresso tramite atti di violenza fisica, verbale, psicologica o sessuale perpetrato su figure significative. Generalmente i maltrattamenti a cui i bambini assistono avvengono nella coppia genitoriale.

La violenza assistita è particolarmente subdola, perché non lascia segni visibili sul corpo delle vittime, spesso molto giovani, ma le sue conseguenze sono a lungo termine, di tipo emotivo, cognitivo e relazionale. Bambini che hanno subito questo tipo di maltrattamenti a casa hanno una probabilità significativamente maggiore di commettere atti di bullismo rispetto a bambini che non sono stati esposti a questi eventi.

L’identificazione con l’aggressore

Quello che succede nella mente di un bambino si basa su un assunto molto semplice: i bambini imparano dai genitori. I genitori tracciano, coi loro comportamenti, i confini entro i quali starà il bambino; gli danno il “copione” attraverso il quale leggerà il mondo, i comportamenti e le emozioni propri e altrui. Ciò significa che il bambino esposto a un ambiente violento, apprende l’uso della violenza.

Ma un bambino esposto a un ambiente violento è un bambino spaventato, un bambino in trappola che non sa come sopravvivere. Farebbe quindi qualsiasi cosa, penserebbe qualsiasi cosa, per ridurre la sofferenza e l’angoscia che il genitore violento gli suscita.

Ed ecco che la mente trova un escamotage: per sopravvivere, per avere meno paura, bisogna anticipare le azioni di chi ci terrorizza; per anticipare le azioni di chi ci terrorizza bisogna immaginare come questa persona pensa, comprenderla. Per farlo, bisogna vedere se stessi come vittima. Ma vedere se stessi come vittima è doloroso, aumenta la paura. È meglio, allora, rimanere nella mente dell’aggressore, immaginarsi forti e potenti come lui, non compiere mai quell’ultimo passo del processo.

È così che un bambino vittima di violenza assistita interiorizza l’aggressore: perché essere l’aggressore è più facile che essere la vittima. Essendo costretti dalle circostanze a pensare come lui, si sfrutta questo meccanismo e si diventa come lui.

Una singola violenza, decine di vittime

Ovviamente un bambino non può prendersela con chi è più forte di lui, perché questo farebbe crollare la sua illusione di potenza, che sta solo prendendo in prestito. Ecco perché le vittime sono fra i pari, ma fra quelli percepiti come più deboli e meno in grado di difendersi.

È superfluo dire che questi processi sono inconsci. Il bambino non pensa mai esplicitamente nessuna di queste cose, è la sua mente che, messa in un angolo, trova l’unica via di fuga disponibile in quel momento.

Non tutti i bambini che assistono a maltrattamenti diventano aggressori, alcuni diventano vittime, altri si isolano dal mondo, si dissociano, sviluppano psicopatologie. Questo accade perché non tutti i bambini sono uguali, e ogni mente trova la via di fuga che più le si addice per natura e sul momento. L’identificazione con l’aggressore è solo uno di questi metodi, ed è anche quello che innesca un ciclo di violenza che è molto difficile da fermare.

Da una violenza possono nascere decine di vittime: i bambini che subiscono bullismo, i partner futuri, gli eventuali figli. Per questo è importante segnalare le situazioni in cui c’è sospetto di violenza domestica, anche se i bambini sembrano indenni: i bambini che non sono protetti non sono mai indenni.

Con una sola azione, prestando attenzione e ascolto a un solo bambino, si può prevenire la sofferenza di decine di persone.

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