Una morte tragica che ha lasciato di stucco tutti, amici e parenti che proprio quel giorno si erano ritrovati per festeggiare la povera studentessa. Si è tolta la vita proprio nel giorno che sarebbe stato designato per la sua proclamazione di laurea, ma l’alloro non sarebbe arrivato poiché la vittima aveva mentito a tutti ed era ben lontana dal concludere il suo percorso di studi. Questo sembrerebbe il referto della polizia: la giovane si è suicidata per la vergogna del suo fallimento, e per le bugie raccontate a tutti; la menzogna si è protratta fino all’ultimo istante, nessuno sapeva del suo piano di studi né dell’intenzione di togliersi la vita.

Amici e famiglia erano lì per lei, tutti convinti che quello sarebbe stato un giorno memorabile. Quasi teatrale il finale della storia, degno di un film: la giovane 25enne non ha avuto il coraggio di confessare davanti a tutti il peso della sua bugia, ed è saltata dal tetto dell’edificio poco prima dell’inizio dell’evento.

La psicologia come mezzo preventivo

Una tragedia che come un fulmine a ciel sereno ha colpito tutti i presenti, una bugia troppo grossa da confessare e l’insormontabile peso della vergogna hanno distrutto la vita di un’anima nel fiore dell’età; non esiste disgrazia più grave. Di fronte a questo genere di cronaca tutti rimaniamo feriti, la storia di questa giovane tange quella di migliaia di ragazzi: una bugia, un esame indietro, la vergogna, il confronto con i colleghi; ma cerchiamo di capire a livello psicologico cosa succede quando una persona prende seriamente in considerazione il suicidio.

A livello sociale la nostra cultura ostracizza questo fenomeno etichettandolo come qualcosa di triste, senza intervenire fornendo il giusto soccorso: esistono diversi ambienti dedicati al recupero di chi tenta e fallisce il suicidio, ma la società guarderà l’individuo con un occhio diverso, come un malato e non una persona che ha avuto bisogno di aiuto. Spesso infatti le persone definiscono le vittime di suicidio come “persone con problemi”, una definizione tanto vaga quanto distaccata: non esiste una formazione comune al suicidio.

La psicologia del suicidio

Fornire una formazione al suicido sarebbe il primo passo contro l’ostracismo e verso la prevenzione, ed è compito della psicologia progettare un momento di formazione, magari nelle scuole, contro questo fenomeno.

Nella mente di un potenziale suicida, infatti, la scelta viene ponderata a lungo: un suicida arriva a prendere tale decisione nel momento in cui non è in grado di cogliere la bellezza della vita e la possibilità di riscatto e, cosa ancora più grave, ogni suicida accetta la sua morte come una benedizione, una scelta per rimuovere tutti gli stimoli negativi della propria vita. Quindi tecnicamente il suicido è un rinforzo negativo, ovvero la rimozione di uno stimolo negativo. Fu Ivan Pavlov a studiare questo fenomeno all’inizio del XX secolo, sperimentando sui cani, e già allora lo studioso russo notò come gli animali si lasciassero morire di inedia quando venivano eccessivamente tormentati in cattività. L’impotenza appresa è, in questo caso, l’antecedente al suicido: per definizione, la presa di consapevolezza di non poter far nulla per cambiare gli eventi negativi attorno a sé.